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Supervarietà

La Capitale non era ancora deserta, ma a momenti lo sarebbe stata. Gli unici attimi di tregua di un’estate metropolitana senza traumi arrivano dopo il telegiornale delle venti, quando nel cortile arrossato dal tramonto e dalla luce di un’infinita giornata di canicola si spandono i suoni delle poche televisioni sopravvissute sintonizzate su “Supervarietà”, sul primo canale.

Adesso c’è una Carrà già cinquantenne che rifà Marilyn, poco prima credo Alberto Lupo che faceva una gag con Corrado Mantoni. Un affitasi richiama l’attenzione su un monolocale. Un gatto grigio si nasconde dietro a una persiana. Nel frigo spadroneggia la ciotola dell’insalata di riso, come al solito non se ne fa mai poca, come sempre non finisce mai. Di qui i dubbi: si riproduce da sola? E, soprattutto, c’erano delle birre, in frigo, chi se le è bevute?

Poi, puntuale come un monsone, dalla tv farà capolino anche lo spot della Cedrata Tassoni, quello con la Mina nazionale che canta, tale e quale da quando c’era il Carosello e gli spot si chiamavano “reclame”. In fondo il testo del ritornello appare profetico: “Quante cose al mondo puoi fare, costruire, inventare… ma trova un minuto per me”. Ed avere un minuto per bersi una cedrata, magari in mutande fuori al balcone, senza implicazioni e sensi di colpa, è qualcosa di speciale, basta sapersi accontentare. Mentre fuori la città superstite pare più estranea a se stessa del solito.

Luca Di Ciaccio • 4 agosto 2009


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