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Corriera appenninica

Caldo boia, esodi e controesodi biblici, riviere affollate. Meglio imboscarsi, salire in quota verso l’osso dello Stivale, quel lungo femore chiamato Appennino. Il pullman decolla verso il grande centro, l’Italia mansueta e nascosta che non fa notizia. Osteria Nuova, Caporio, Antodoco, Torrita, Cittareale, Leonessa. Sono poco lontano da Roma e mi ritrovo immerso in gole boscose di una bellezza incomparabile. Prima o poi bisognerà azzardare un viaggio in corriera. Il torpedone ha un ritmo d’ascolto eccezionale, e poi ha il vantaggio che non devi guidare, e puoi concentrarti sulla gente che sale a bordo. Nelle valli abbandonate, per esempio, ci dev’essere tutto un traffico di immigrati e badanti, che si mischiano a studenti di ritorno al paesello e signore di mezza età in trasferta. Viaggio sballottato tra sporche tendine parasole, sedili con la scritta “io amo Antonio”, pneumatici che hanno spalmato la loro gomma su e giù per questi piccoli continenti. Ai lati della strada non vedo un supermercato, un autogrill, un vucumprà o un manager gesticolante con l’auricolare.

In un bar tra i curvoni, con cani pigri tra i tavoli sotto il pergolato, il pullman fa sosta. Sbocconcello una torta di pere. Temporali passano in lontananza. Ci fermiamo a ogni bivio, davanti a paesini che sembrano presepi spopolati. Chissà, mi chiedo, come devono essere questi posti a novembre, quando nell’anima degli indigeni si spalanca il buco nero delle giornate più corte dell’anno. Verso il tramonto si vedono da lontano i Sibillini. Sembrano un gregge in movimento, terre arcane che indicano l’inizio del grande spartiacque, quello che per millenni ha separato le due Italia con un invalicabile muro di neve: Adriatico e Tirreno.

“Sono poco nominati e considerati gli Appennini – ha scritto in uno dei suoi lunghi viaggi Paolo Rumiz – è come se qualcuno avesse paura di quelle montagne, temesse il risveglio dei Sanniti, degli Apuani o dei misteriosi Etruschi. O forse è la nostra anima cattolica, che dopo secoli teme ancora un confronto con le Sibille, o un incontro con i vecchi dèi – fauni, centauri, naiadi – in esilio nelle foreste o nelle fiumare del Centro-Sud. Forse c’è qualcosa di non risolto nell’identità d’Italia”. Sfilo a tutta velocità ormai, sicuro che è meglio immaginare che toccare con mano, per fermarmi qualche decina di chilometri dopo, fissando prima il rosso di un incongruo semaforo che alterna i passaggi di coloro che vanno verso sud con quelli di coloro che si dirigono a nord, e pochi secondi dopo quattro ciclisti che passano tranquilli lungo una stradina secondaria, diretti chissà dove, se verso casa o verso un’osteria dove sostare in compagnia di un bicchiere di rosso fresco. Era un anno fa, una corriera appenninica che mi riaccompagnava verso le ultime tappe di una marcia a piedi, incoscienti noi che avevamo osato sfidare le vertebre dell’Italia da ovest a est, e quelle nostre.

appenninirieti

Luca Di Ciaccio • 19 agosto 2009


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