Ludik

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Tra Scilla e Cariddi

Pomeriggio di luca gialla violenta, odore di stoppie bruciate e bouganville, pane fresco e immondizia. Una stazioncina vicino Catania, attesa con gli zaini, si va in Continente. Che posto splendido: puoi tuffarti direttamente in mare. E che posto vuoto, anche: biglietterie senza code, pensiline senza addii, binari unici e striminziti, treni senza passeggeri. Solo turisti stranieri, come me. Ci si sente sempre un po’ alieni nelle terre sicule. L’Etna color prugna è un dio vicinissimo.

Qualcuno mi ha spiegato che oggi i nostri emigranti non partono più in treno, ma in corriera. Niente più sferraglianti frecce del sud. Percorsi come Mirabella Imbaccari – Amburgo, Petralia Sottana – Milano, Prizzi – Francoforte. Vanno via nascosti, blindati, air conditioned, come polacchi e marocchini. Si sparano verso l’Europa ricca che pure lei vota a destra e non li vuole. Parto in una domenica di fine estate tra i limoni, sulla costa più bella del mondo, in un mare greco, ventoso, abbacinante nel rosso del tramonto, come lo avevo visto appena arrivato giorni prima, nel controluce del mattino. Messina, corsa ai traghetti, deglutendo l’ultimo arancino al ragù, e sulla battigia il passeggero diventa subito un osso da spolpare.

Tra taxi e locomotive e traghetti e bar della stazione si aggira un popolo caciarone di cassieri, bigliettai e trafficanti aggressivi. Sembra che dicano: bello mio, di qua devi passare, se no vai a nuoto. Figurarsi se glielo lasciano fare il ponte al Berlusconi di turno. Notte scura, mare oleoso. Tra Scilla e Cariddi le procedure di sbarco e di imbarco sono lente e macchinose. Il treno viene smontato e rimontato a pezzettini, fa avanti e indietro tra stoppie e binari prima di entrare nella pancia di Caronte, che è l’evocativo nome della compagnia di traghetti che fa la spola tra le due rive, così vicine e così lontane. Pure il pendolino e l’Eurostar si sono fermati a Eboli, come Cristo tanto tempo fa. Rumore di argani, odore di vernice, il placido ron ron dei motori, i passeggeri lasciano il treno intrappolato nella viscere di Caronte, illuminate da una straniante luce giallina, e risalgono sul ponte della barca, a osservare le lingue di terra che non si toccano.

Il Tirreno si gonfia e preme tra Scilla e Cariddi, la punta d’Italia sembra navigare controvento. Il mare di là provoca inquietudine, coi suoi fondali vulcanici e popolati di gigantesche cattedrali. Mezzanotte passata, quando il treno fila via per le terre calabre, in uno scompartimento affollato e rovente, senza l’acqua nelle toilette. Si procede come in un blues sincopato, una corsa e una sosta, una battuta e una pausa, uno sferragliare e un silenzio di cicale. Il mare visto dai finestrini appare inquieto, automobili di amanti nei parcheggi abbandonati di campagna, mi assopisco. Pagine abbandonate di giornale avvertono che la crisi in Occidente può ricominciare e la guerra in Oriente può riprendere.

mezzi di trasportostretto di messinatreni

Luca Di Ciaccio • 21 agosto 2009


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