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Nuovo repertorio dei pazzi della città di Gaeta

Ogni città ha il suo bel campionario di persone strambe, di simpatici matti. Pazzi, si diceva una volta. Spesso si tratta di veri e propri casi psichiatrici ma in molti casi sono esistenze ai limiti di quelle che nell’accezione comune costituiscono le regole di vita. Perlopiù si tratta di personaggi al di fuori dei canoni ma anche vite sfortunate, malati che una legge ha dichiarato non più da rinchiudere ma da reinserire in una società che non ammette variazioni sul tema. Anche a Gaeta si tramandano racconti di strambi personaggi e situazioni paradossali, episodi curiosi e insensati i cui protagonisti non ci sono più, oppure hanno improvvisamente cambiato vita, oppure sono ancora tra noi.

Ispirandomi a vecchi articoli trovati su internet, ad aneddoti raccontati in giro, a piccole invenzioni e modifiche, a qualche mio ricordo personale, ho pensato di compilare questo piccolo repertorio, e mi è venuto fuori alla maniera di un libro di Roberto Alajmo uscito qualche anno fa, in cui in una divertente e amara galleria erano passati in rassegna i tipi più bislacchi e bizzarri che popolavano la città di Palermo. Sperando che nel mio piccolo non sfugga il profondo rispetto per il genere umano, in tutta la sua strampalata “normalità”.

Uno andava a dormire al cimitero. Una mattina una signora mentre prendeva la scala per sistemare i fiori sulla lapide del marito defunto si sentì apostrofare, da una voce roca e profonda, con un “Lasciala ‘cca!”. Dopo un primo e comprensibile momento di smarrimento, la signora rimise mano alla scala e di nuovo si udì il “Lasciala ‘cca!”. A questo punto la signora, credendo alle sue orecchie, schizzando fuori dalla cappella, corse a chiamare il custode che dopo una breve ricerca lo trovò sdraiato in un loculo vuoto, posto in alto, che dormiva.

Uno era precursore di Bin Laden, pure se a quei tempi nessuno lo sapeva, nemmeno lui. Un pomeriggio se ne venne con un paio di rinsecchite bombole del gas e la buttò in mezzo alla strada, davanti all’entrata della base militare americana. Sarà stato ai tempi della prima guerra del Golfo, gli stava simpatico Saddam Hussein.

Una la chiamavano Sasora. Era una vecchina un po’ irascibile, girovagava per i vicoli di via Indipendenza. Aveva una particolare avversione per i cavalli, difatti i ragazzini di allora, quando la vedevano passare, le gridavano: “Sette cavaglie bianche e sette cavaglie nire!”, e lei furiosa faceva inutilmente per inseguirli.

Uno era un ragazzino come tanti, di quelli che ogni volta che vedevano pazzare Sasora le cantavano dietro una filastrocca che faceva pressappoco così: “Se Sasora se vo’ spusà, a Tonin s’a ‘da piglià, se Tonin ne la vo’, e Sasora gli fa po’ po’”. A volte le dicevano anche cose più cattive.

Uno si chiamava Pasquale, e per un certo periodo faceva il “cantante”. Si presentava ai matrimoni quando c’erano le solite orchestrine locali, e siccome lo conoscevano tutti si faceva sette otto canzoni per avere la scusa di partecipare al banchetto. Regolarmente a fine serata se lo dovevano portare via in braccio.

Una la chiamavano Maria la pazza da quando le era morto il fratello. Si sedeva sempre sulle scale del Municipio e ogni tanto si levava una scarpa e la tirava addosso a uno dei politici di turno, e pure se da lontanissimo era capace di centrarlo in pieno. Poi un giorno dicono che la sorella emigrata in Venezuela sia tornata a casa, e lei è rinsavita.

Uno giurò di lasciarsi crescere la barba fino a quando il tribunale non gli dirà chi è stato ad ammazzargli il figlio.

Uno era Cianiello, e a chiunque lo chiedi ti dirà che è una vera icona gaetana. Indimenticabili le sue passeggiate sul Corso col vestito da sposa, la pelliccia di rat musque in pieno agosto, i bagni nella fontana davanti al bar La Triestina, gli anelli sfarzosi. E poi la sua voce roca, le sue visioni mitologiche e l’incubo della Maga Circe che ci avrebbe trasformato tutti in porci. Ora su Facebook gli hanno dedicato una pagina che vanta 1293 fans, più del sindaco. Una volta divelse e lanciò in mare tutti i tombini di lungomare Caboto, uno appresso all’altro, mentre lanciava gridi di guerra contro Enea e i troiani. Una volta, con una scena che farebbe felici tutti i laicisti di questo mondo, entrò vestito da sposa e con una bandiera francese in mano nella chiesa di San Giacomo, proprio durante il rosario, tra lo sgomento e il divertimento di passanti e fedeli. Una voltà piombò in una scuola elementare vestito da cowboy con due pistole giocattolo in mano, di fronte ai bambini entusiasti. La sua frase simbolo, sempre ripetuta, era: “La maga Circe vi trasformerà tutti in maiali… tutti maiali!”. Sulla schiena aveva un tatuaggio: “Per non credere ho sofferto”. Un giorno all’improvviso sparì dalla circolazione, e questo non fece che alimentare il suo mito. C’è chi dice sia morto, arso vivo in un incendio accidentale. C’è chi sostiene che sia ricoverato in una clinica psichiatrica, stordito dagli psicofarmaci. C’è chi racconta che s’è rifatto una vita, sposato a Cassino e in piena forma. C’è chi è convinto che in tutti questi anni aveva solo fatto finta di essere matto per prendere i soldi della pensione. C’è chi è sicuro che prima o poi tornerà, e ci trasformerà tutti in maiali.

Uno si chiamava Pasquale, soprannomitano Smeriglia per via di un medaglione che portava sempre appeso al collo. Ogni tanto aveva l’abitudine di sdraiarsi agli incroci e bloccare il traffico per qualche minuto. A Natale voleva fare pure lui il presepe, e così “prendeva in prestito” la statua del Bambinello dalla chiesa del borgo. In molti lo ricordano nella zona dei cantieri navali, all’incrocio di Calegna, mentre arringava i passanti sulla grandezza di Dio e l’amore che si doveva verso tutti.

Una stava su un balcone ad aspettare il fidanzato che non era più tornato dalla guerra. Aveva le guance rosse di trucco e, certe volte, un cappello sulla testa. Stava lì ferma, e basta.

Una era americana. Arrivò in città per seguire un amore, sicuramente un soldato. Poi lui la lasciò e lei decise di rimanere. Si metteva al Vic’s Bar e si faceva offrire da bere raccontando la sua storia.

Uno era un prete che guardava sempre il culo alle ragazze, e quando qualcuno lo coglieva sul fatto lui rispondeva che esser preti vuol anche esser capaci di cogliere il divino nelle cose che ci circondano. Si dice che una volta, a una pia donna in confessione, pronunciò le seguenti parole, dalle immaginabili conseguenze: “Ecco, questa è la varra santa”.

Uno si chiama Franco detto Francuccio, ma i giovani avventori del bar La Triestina, di cui è un habituè, lo hanno soprannominato Purple Frenk e si divertono a riprenderlo coi cellulari e metterlo su YouTube. Ogni tanto lo si vede passeggiare su corso Cavour in monokini e infradito, anche d’inverno. Ama raccontare sempre le solite barzellette in cambio di una sigaretta: famose quelle del camionista (“Di chi è ‘sto culo? È gliù mej è gliù mej…”), del prete e il chierichetto, della formiana zoccola.

Uno era un simpatico vecchietto discendente da una benestante famiglia di “vaccari” e che essendo visibilmente effemminato venne ripudiato dai propri genitori e parenti e abbandonato a se stesso. Lo chiamavano Cosimino Mezzafemmina. Divenne una sorta di affabile clochard, con decine di cagnolini al seguito. Passava di vicolo in vicolo cantando con la sua inconfondibile voce: “Cogli la rosa e lascia star la foglia ho tanta voglia di far l’amor con te”. La sera scroccava la cena ai militari che risiedevano, anche d’inverno, in un loro stabilimento balneare sulla spiaggia di Serapo, oppure si faceva regalare qualcosa dalle anziane donne del borgo. Era devotissimo della Madonna di Portosalvo, e ogni anno era suo compito addobbarla prima della processione. A novembre, nei giorni dei morti, passava intere giornate presso il loculo che raccoglieva le ossa dei suoi cari, cantando struggenti litanie.

Uno diceva in giro che il passaggio tra la normalità e la pazzia, era questione di un attimo, e che nessuno di noi può esser sicuro che non gli capiterà, di passar quella linea sottile che distingue ciò che è considerato il viver normale da ciò che è pazzia. Diceva che in certe condizioni, è normale esser pazzi, ed è da pazzi esser normali, che poi, diceva lui, la normalità, non si era mai capito che cos’era veramente ed era normale, secondo lui, passar da normali a pazzi e da pazzi a normali secondo le situazioni. Diceva questo tizio che da giovane, su questo argomento, aveva scritto un libro, ma non gliel’aveva pubblicato nessuno.

Luca Di Ciaccio • 1 settembre 2009


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