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Una sera all’Anno Zero

Una sera qualunque da Santoro. Ieri ho assistito a una puntata di Anno Zero da vicino, negli studi della Rai di Roma. Non mi chiedete perché. Il pubblico in un’occasione del genere è variamente composto: figuranti che lo fanno per mestiere, regolarmente ricompensati per qualche decina di euro a puntata; claque al seguito di politici o comunque gente disposta a fomentarsi alle affermazioni dell’onorevole Bocchino; groupies di Marco Travaglio; imbucati vari e gratuiti sebbene con regolare invito; il tipo del documentario Videocracy che preso come metafora di quelli che bramano di diventare famosi è ora tutto contento di venire chiamato a ribadire quella parte e quindi in un certo senso di essere diventato un po’ famoso per davvero. In quanto agli argomenti, dentro la puntata c’era un po’ di tutto, come al solito. Libertà di informazione, contratti per la trasmissione non firmati, prostituzione e capo del governo, inchieste giudiziarie, fabbriche che chiudono, un’intervista esclusiva a Patrizia D’Addario sulla sua notte nel lettone di Puntin con Berlusconi. Il resto era abbastanza routine, in cui spiccavano solo alcuni momenti di argomentazioni particolarmente fantasiose e assurde usate da parte dei presenti a favore di tesi fragili.

Io tuttavia continuavo a concentrarmi sul primo attore, Michele Santoro. Si vede che ogni giovedì sera lui si sforza per resistere, per mantenere la calma e l’aplomb, per non arrabbiarsi. Parte quasi calmo, fa il suo editoriale per spiegare i torti e le ragioni e quelli – troppi – che ce l’hanno con lui, poi dà la parola con equilibrio a tutti gli ospiti, segue rigorosamente la drammaturgia che la situazione richiede, gestisce i La Russa e i Cicchitto che il casting richiedo, ammansisce i Di Pietro e i Bersani. Però a un certo punto, piano piano, verso metà della puntata noi spettatori da casa capiamo che il fragile equilibrio sta per rompersi, che anche stavolta Michele Santoro non ce la farà, e infatti Michele Santoro comincia a gigioneggiare, diventa impertinente, infine si spazientisce, sbrocca. E noi spettatori da casa in fondo lo vediamo per quello, che ormai siamo abituati a questo meccanismo: alla fine non è che ci importa davvero di farci un’idea ponderata su qualcosa – e sì che i temi in discussione sono sempre importanti e decisivi – ma quello che ci appassiona è seguire le avventure del protagonista, vedere a che punto inevitabilmente sbroccherà, fare il tifo per una curva o per l’altra dello studio televisivo a forma di arena. Ed è così che funziona in questo genere di cose: avere dei buoni e dei cattivi per cui fare il tifo, e per cui bullarsi il giorno dopo davanti alla macchinetta del caffè, gliel’avemo ammollate questa volta, ed evitare come la peste l’instillarsi di un dubbio sui ruoli in commedia.

A un certo punto, nella penombra dello studio fuori da ogni inquadratura, mi sono ricordato perché in genere non guardo in tv né Santoro, né Floris, né Vinci, né Vespa. Si, c’è chi fa un buon lavoro e chi no, chi è più indipendente e chi meno. Tuttavia non capisco la prevedibilità, la coazione a ripetere, lo schema di azioni e reazioni sempre uguali, il darsi la voce addosso restando fermi sulle proprie convinzioni e conoscenze, l’intuire tutto questo solo dando un’occhiata alla lista degli ospiti appena prima di cominciare.

rai

Luca Di Ciaccio • 25 settembre 2009


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