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Caserma Sant’Angelo

Una vecchia chiesa, poi diventata una vecchia caserma, poi ancora un vecchio reclusorio militare, infine soltanto un vecchio posto abbandonato, e mille anni di storia. Mille preghiere e altrettanti zoccoli di cavalli che l’hanno calpestata e si sono abbeverati alla sua fonte battesimale. Spoglia, disadorna, implacabile, come può essere una chiesa trasformata in caserma, chissà quanta sofferenza negli ordini urlati così come nelle preghiere in ginocchio, scoprendo che magari il passo tra le due istituzioni è breve, senza nemmeno aver studiato Focault. Sovrani medievali, arcivescovi apostolici romani, Borboni spagnoli, saccheggiatori francesi, Savoia, repubblicani, come tutte le terre di conquista anche questa ha dovuto sottostare al vincitore di turno.

Mi infilo nelle stanze abbandonate. Su un muro una vecchia cartina dell’Italia, ritagliata e appesa al muro e annerita dal tempo, senza la Sardegna però. Su un altra parete sbreccata mi fermo a contemplare una poesia di quelle sotto la naja, scritta sul cemento, dalle rime semplici, “brutta cosa il militare, vita piena di cose amare” eccetera. Dalla chiesa – enorme, pienissima di gente – però questa sera arrivava una musica travolgente, quella di Ambrogio Sparagna, mio grande conterraneo. Organetti e percussioni. Un ritmo antico, travolgente che pare salire dal centro della terra e raggiungermi fin dentro lo stomaco. Lui salta, zompa, si dimena, un braccio in aria, un altro a reggere la fisarmonica. Osservando il cartello della regione che annuncia l’avvio di chissà quali infiniti lavori di restauro, mi chiedo se davvero per la gente dei secoli scorsi era tutto così semplice, la baldoria era davvero baldoria, la galera era davvero galera.

Luca Di Ciaccio • 15 novembre 2009


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