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L’invasione degli storni

A Roma c’è una luce sbiancata, azotata, la qualita dell’aria sembra progressivamente in via di raffreddamento, come d’altronde le temperature. Pago affitti, bollette, vecchi conti, sospensioni del tempo, spostamenti in corso. Bruciano solo certe speranze, come incendi dolosi e rapidi. Questa luce incolore e inodore, per niente solidale con me stesso, mi colpisce ogni mattina, e pare voler inglobare tutto, gli alberi e i lavoratori e gli immigrati coi loro zaini pieni e gli studenti fuoricorso in fila alla segreteria e i chioschi e i sampietrini. L’unica eccezione in questo medesimo cielo è la puntuale, implacabile invasione degli storni. Immagini da Quark sopra il balcone di casa. Grumi a forma di girasole, cavolfiore, ramarro. Tra una figura e l’altra, la massa volatile si mette di taglio e scompare, poi gira tutta assieme e ridiventa visibile. Miraggi di un inurbamento in massa.

I famosi storni della stazione Termini, già composti nelle loro ingegnerie sospese, strato su trato. Quel caotico e ordinatissimo nero, tanti piccoli puntini che diventano massa collosa nel cielo limpido che ogni tanto Roma regala, proprio nei mesi freddi, una danza fulminea sopra le antiche rovine, i tetti tempestati di antenne, tutte quelle energie globulari sperperate nel vento morbido che soffia sulla capitale. Quel caotico e ordinatissimo nero, che Italo Calvino, in Palomar, descrive così: “Questo corpo in movimento composto da centinaia e centinaia di corpi staccati ms il cui insieme costituisce un oggetto unitario, come una nuvola o una colonna di fumo o uno zampillo”. Il cielo si anima improvvisamente al tramonto, come fuochi d’artificio viventi, una danza cosmica delirante e dolorante. Foglie e ali, un formicaio capovolto. Una nube che non è più un insieme di animali, ma un unico, impressionante animale nero che si agita.

Certo poi, al di là della poesia, gli storni di volatili, come tutti, cacano. Cacano continuamente e in quantità industriali. Come da definizione di un professore di Antropologia Culturale della Sapienza, Massimo Canevacci, “foglie e ali, nel buio crescente, diventano indistinguibili: entrambe appaiono tremanti, contemporaneamente il cinguettio corale si fa stridulo, per poi attutirsi in un pianissimo, poi è l’ultimo tremolio: uno stridio finale spenge la luce, tutto è pronto per il sonno notturno; ma chiusi gli occhi e allentata la tensione, finalmente si allarga l’ano”. Ogni testa è minacciata da calde gocce bianco-scure che, soffici, si adagiano sopra inermi e indifesi passanti, i cui piedi cominciano a scivolare tra i grumi crescenti di guano che dilaga per le strade, rischiando non desiderate contaminazioni. Se dal cielo cade anche la pioggia, allora la situazione diventa drammatica, perché la pioggia trasforma il guano in un fango scivolosissimo che mette a rischio la sopravvivenza dei passanti. L’attesa dei bus al capolinea diventa un’impresa rischiosa. I marciapiedi si ricoprono di un tappeto biancastro, le piante nelle aiuole bruciano a causa di questo innaffiamento naturalmente ma parecchio acido. Oltretutto la pioggia libera un fetore marcio dalle caccole, e insomma in breve tempo tutta la piazza – è il caso di dirlo – va in merda.

Nemmeno i più qualificati ingegneri ci sono riusciti a liberare Termini dagli storni, inventandosi accrocchi di macchinette a ultrasuoni infrattate nelle fronde degli alberi. Qualche studioso ha scoperto che il motivo di quella danza è la presenza del falco pellegrino, velocissimo predatore, ai cui assalti questi piccoli uccelli si fanno nube indistinta. E’ la strategia del “mobbing”, usata anche dalle sardine, e che niente c’entra coi tormenti aziendali: è il farsi folla per disorientare e confondere. “In natura è come se un nugolo di segretarie assalisse urlando un capufficio per evitare un licenziamento” ha spiegato un veterinario specialista in falchi da preda. Ma, dice, è anche per allenamento, o per prova, o per puro divertimento, per il solo gusto di disegnare figure. Certo, rimane il mistero di come diavolo facciano a muoversi tutti insieme, in modo così perfetto, senza collidere, e con un fronte di avanzamento privo di sbavature. Ormai non li ferma nessuno. Sono come immigrati dannatamente furbi. O segretarie scassinatrici. A me intriga l’idea che vengano a guastare e smerdare, questo cielo concavo incolore e inodore, così tanto per, fino al prossimo ricordino sul cappotto.

Luca Di Ciaccio • 16 novembre 2009


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