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Un romantico a Milano

Camminando per le strade di Milano, in una mattina fredda e umida, mocassini gialli e sentimenti chiaro-scuri, tutti noi abbiamo qualcosa da fare, per costrizione o per volontà, “tutti noi che ogni giorno ci laviamo e ci pettiniamo e ci tiriamo su il bavero del giaccone e camminiamo come automi lungo i marciapiedi umidi, schivando vigili e zingari, e arriviamo alla fermata della metropolitana senza notare gli ultimi graffiti che i writer di periferia hanno lasciato sui suoi muri blu e sporchi”.

E pure io sono colto da questa impressione, io che vengo a Milano ogni volta che ho qualcosa da fare, e ne avverto al fondo un senso di estraneità. Milano per moltissime persone è ancora quella cantata da Lucio Dalla tanto tempo fa, quella delle banche, quella che ride e si diverte, quella del Milan, zucchero e catrame, quella che domanda in tedesco e risponde in siciliano. Milano per moltissime persone è quella della settimana della moda, o della bamba in discoteca, o dei pubblicitari che escono dall’ufficio a mezzanotte sei giorni su sette. Oppure quella che mi ritrovo a guardare senza volerlo, la Milano che ogni mattina e ogni sera transita sulla linea rossa della metro, ognuno con le sue storie ben nascoste, fatta di umori e fumi indistinti, di passaggi e ombre lunghe, pensieri veloci che corrono perfino coi tacchi. Poi capita di deviare dai soliti itinerari, e ritrovarsi in una cascina – le cascine, appena fuori Milano – con le galline e il riso e i cavalli e un vecchio corniciaio, poco più in là una selva di antennone paraboliche, “sono quelle di Retequattro” ti dicono.

milano

Luca Di Ciaccio • 4 dicembre 2009


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