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La città dei numeri uno

Milano Due, località Segrate, un giorno di pioggia. Una città di polistirolo espanso, abitanti di polistirolo espanso. Guardie private al perimetro della finta città. Studi televisivi e cigni in un laghetto solcato da un ponticello di legno altoatesino. Sui bidoni e sui cartelli il logo del Biscione è ancora nitido, come nuovo. Però si sta bene. Ci passo qualche giorno, da mattina a sera, la giro palmo a palmo per via di un capitolo da scrivere per una tesi di laurea. Prendo appunti. Parlo con abitanti, comitati di residenti, il parroco, l’architetto. Ovunque mi sento inseguito dall’ombra del suo creatore, Berlusconi Silvio, che tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta confidò ai suoi soci di impresa: “Voglio creare una città dove ci sia tutto, dalla clinica dove si nasce fino al cimitero”.

Vedo Emilio Fede, in giacca e pantaloni blu, elegante, ben pettinato, imperturbabile. Non so se salutarlo. Mai nessun vicino di casa che mi saluti quando esco la mattina, si lamenta un abitante del quartiere. Milano Due era un’utopia in vendita. Rileggo le vecchie inserzioni pubblicitarie: “la città dei numeri uno”, “una città per vivere”, “la città in campagna”, “dopo tante parole finalmente un’iniziativa concreta”. A distanza di oltre trent’anni sembrava anticipare molte cose. Cammino sugli appositi sentieri, delimitati e separati, paralleli e obliqui senza mai incontrarsi, quello per i pedoni, quello per le biciclette, quello per le auto. Emilio Fede quasi mi viene addosso, in bicicletta, fischiettando quel motivetto che fa “meno male che Silvio c’è”.

Vedo le scuole, l’asilo, la chiesa, il lago artificiale, i negozi sotto i portici, il club sportivo, le piscine, i parcheggi sotterranei, gli alberghi, il centro congressi, i palazzi degli uffici, gli studi Mediaset. Sulla piazza antistante il laghetto baby sitter annoiate incrociano frotte di impiegati in pausa pranzo, tutti a dar da mangiare ai cigni che allungano spasmodico il collo sulle rive. L’effetto chiusura comunque funziona. Una volta arrivati a Milano Due non si percepisce il mondo esterno. Le incongrue conifere trapiantate nella bruma lombarda garantiscono il verde tutto l’anno. Mi raccontano delle famiglie che vengono la domenica a stendere la tovaglia del picnic nei prati del quartiere, come fosse casa loro. Mi spiegano come funziona invece lo Sporting Club, all’insegna della vera esclusività, non basta iscriversi ma occorre acquistare una quota, come una società per azioni, e le quote sono limitate. Nel tempo si è creato un commercio sottobanco di quote, a prezzi stratosferici, come fossero licenze dei tassisti. In sauna vedo Emilio Fede, sudatissimo e chiaramente sofferente.

Sotto i portici molti negozi sono chiusi, colpa della crisi, colpa dei centri commerciali, resistono parrucchieri e centi benessere e sportelli bancari. Proprio qui, in questa vetrina, vide la luce Telemilano, piccola televisione locale divenuta mano a mano nazionale. “La prima annunciatrice era la mia vicina di casa” mi racconta un vecchio inquilino. Un lento lavoro di ipnosi collettiva, eterodiretto da precise nozioni ben assimilate di programmazione neuro-linguistica, sfociato poi in un partito politico e in numerosi governi della Repubblica, e infine in una sorta di neoplebiscitarismo, in una designazione diretta del Capo, che non accetta di essere sottoposto ad alcuna autorità giudiziaria o giudicante, in quanto eletto dal popolo, cuore della nazione, carne viva del Paese. Nei sotterranei poco illuminati del Jolly Hotel c’è ancora, con un enorme tavolo a ferro di cavallo, la sala Botticelli, dove si tennero le prime riunioni in gran riserbo sulla nascita di Forza Italia, reclutatori e agenti Publitalia ogni settimana a rapporto da Marcello Dell’Utri. Al bar della reception Emilio Fede sorseggia un gingerino. Per pranzo vado nel sushi bar appena inaugurato, con visione del laghetto dei cigni dalla vetrata. E’ pieno di sciure che si congratulano e personale Publitalia in pausa pranzo.

Provo a immaginarmi, su quella stessa piazzetta, in una sera umida dell’estate del’79, Mike Bongiorno e il Cavaliere, in piedi su una cassetta di legno, che arringano una folla di pubblicitari e amministratori delegati. Ho negli occhi le foto del volume della Edilnord del 1976. Molti luoghi mi sembrano irriconoscibili: il fatto è che Milano Due sta invecchiando, mi spiega Marco. C’è un problema, un tappo generazionale anche qui. Forse per effetto del suo stesso successo, il quartiere ha conosciuto poco ricambio di popolazione. Sul campo da calcio non c’è nessuno, anzi no, laggiù vedo solo Emilio Fede, ancora lui, che da solo tira palloni verso una porta vuota.

Nel parlare con chi abita a Milano Due colpisce la percezione di un senso di radicamento, sia pure problematica. La strategia di “creazione di un luogo” alla fine ha funzionato. “Guarda che anche qui ci sono degli operai, degli immigrati, forse anche dei poveri” mi dice un signore. Certo, non è un american-style garden, e neppure uno spazio chiuso e protetto, una gated community all’italiana, simile a quelle che si stanno diffondendo sempre più anche nel nostro Paese. La presenza di un esiguo numero di sorveglianti (i “verdoni”, così chiamati per la caratteristica divisa verde) non è riuscita a tenere lontana la paura degli “zingari” neppure a Segrate. Prendo ancora appunti. Mi trovo bene, comunque, a Milano Due. Mi ossessiona questo sogno berlusconiano di Suburbia. Mi dico che è importante non commettere l’errore di giudicare Milano Due e Berlusconi Silvio come due sinonimi. Mi ripeto che è importante capire attraverso quali strade il potere, politico ed economico, tenta di costruire oggi le sue forme di legittimazione.

Sorseggio una cioccolata calda in un bar. Alla televisione c’è un servizio che parla delle rivelazione del pentito mafioso Spatuzza. Mi giro verso lo schermo, sono l’unico cliente. La barista cambia canale, gira opportunatamente su Centovetrine. Tre erano i trucchi per i venditori di appartamenti della Edilnord, insegnava il Capo nelle convention: offire una rosa alle signore; accendere la tv sul canale Telemilano; mostrare, con un sapiente colpo a sorpresa, gli alzapersiane elettrici. Tra le nubi intravedo la cupola lucente, ferro e vetro, del San Raffaele, proprio all’ingresso di Milano Due, la casa di cura dove un prete attivissimo, don Verzè, dice che l’immortalità terrena non sarà peccato. Mi fermo a parlare con l’architetto Giancarlo Ragazzi. Alla fine mi mostra una cartina del mondo del National Geographic, con dei grafici a barre altissime è spiegato l’aumento della popolazione mondiale nelle grandi città, specialmente in Asia, da qui al 2050. Questa è la mia ossessione, mi dice, su questo sto sbattendo la testa. Andando via inciampo in due ragazzini che tornano da scuola. Indicano lo studio a vetrata all’angolo della strada e sorridono. Dentro c’è Emilio Fede e una segretaria che gli spalma del cerone sulla faccia.

milano due

Luca Di Ciaccio • 5 dicembre 2009


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