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Il freddo a Berlino

Metti una sera d’inverno a Berlino. La birra sul bancone trema, è la metropolitana che passa da qualche parte. Non c’è nessun capolinea. Ai tempi del Grande Freddo qui ce n’erano due, e non erano un fine-corsa qualsiasi. Erano la fine del mondo. Oggi, mentre al posto dei muri ci sono vuoti che crescono, i vecchi terminal sono ridotti a stazioni di transito di una stessa ferrovia. Fermate a singhiozzo lungo la Schnellbahn, la vecchia sopraelevata in mattoni. “Schnell” vuol dire veloce, ma la velocità non è quella dei treni. Si concentra nelle stazioni, nel saliscendi da film muto, nelle folle risucchiate dal gelo e dalla fretta. Non c’è nessuna pensilina dove ti senti arrivato, nessun cartello con la scritta “benvenuti”, nessun marciapiede per dirsi addio.

Si leva il vento, insieme al profumo di kebab dei ristoranti turchi di Kreuzberg. Non so come stessero le cose ai tempi del Fuehrer, quel che è certo è che oggi di tedeschi alti, biondi e con gli occhi azzurri ne vedo proprio pochi. Sullo strato di ghiaccio che copre la Sprea galleggia immobile un televisore surgelato. Al Muro ci arrivo quasi per caso, poco dietro Postdamer Platz. Era lungo più di centocinquanta chilometri, oggi a Berlino ne rimangono poche centinaia di metri, conservati come un monumento. Nella parte che costeggia il fiume hanno conservato tutta la parte ricoperta dei graffiti di centinaia di artisti, veri o presunti, il Muro appare come un colorato murales che spezza il cielo basso e grigio della città. Ma qui invece, senza disegni, senza scritte, il Muro un po’ sbreccato, protetto da una rete metallica, si rivela per quello che è. Un pezzo di cemento armato, squallidamente grigio, alto meno di tre metri, al di sopra del quale si vedono i palazzi che stanno sul lato opposto della via.

Guardo le vecchie foto, penso a come poteva essere passeggiare sotto Die Mauer quando esisteva davvero, quando divideva due mondi che non si potevano parlare, e bastava fare un salto per essere uccisi, o lanciare uno sguardo di troppo per finire schedati. Oggi il Checkpoint Charlie è un attrazione per turisti, per pochi euro ti stampano un finto visto di entrata oppure ti scattano una foto con uno vestito come i vecchi Vopos. Berlino (che è un po’ triste, molto grande) non si nasconde ma dice poco di sé. Io perdo la fermata del trenino, piove gelato sulle periferie color mattone della grande città, sui vecchi block del socialismo reale, sugli abeti magri, forse tutto è cambiato ma la fine del mondo c’è ancora.

Luca Di Ciaccio • 25 gennaio 2010


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