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Manuali d’amore

L’amore, già. Non ne parlo mai, lo avrete notato: almeno non ne parlo come potrei parlare di tutto il resto. Potreste concluderne alcune ipotesi sul mio conto. Forse che sono un insensibile, o che non mi innamoro mai, oppure che il mio ego non avrebbe bisogno nemmeno di parlarne, come per un rifiuto di prendere in considerazione possibili commenti di compassione. Per una fortuita combinazione il giorno che i santi da calendario e le strategie di marketing dedicano all’amore è anche il mio compleanno, quindi sono distratto da candeline e buoni propositi e opportune autoreferenzialità. Quando non si è innamorati, per fortuna, è tutto più facile: niente tristezze nel cuore, niente piani telefonici You & Me, niente sguardi dolci, niente sguardi d’odio, niente regali costosi, niente gelosie.

Quando non si è innamorati si può evitare di parlare d’amore, di sporcare la propria prosa di ovvietà, di allargare macchia nella già precaria finzione. Senza bisogno di dizionari affettivi o manuali pronti all’uso, ciascuno sa che esiste, al mondo e nelle vite di ciascuno, tutto un arcobaleno di intenzioni, pensieri, desideri che si tramutano in gesti fisici e mentali, tutta un’altalenante gradazione che oscilla dallo stato di beatitudine in conseguenza della presenza o del ricordo di un altro essere umano fino alla pratica di quell’accessorio osannato ed effimero che è il sesso. Amori maiuscoli e amori minuscoli. Spesso si tratta di solitudini che si incontrano come se si fossero sempre cercate. Il supremo paradosso che manda avanti il mondo si manifesta infatti nella sua gloria maligna se pensate che in pratica, per innamorarsi, non c’è bisogno di niente. Non servono strategie di lancio del prodotto sul mercato, non servono tappeti pieni di aghi in cui inginocchiarsi, muri bianchi in cui sbattere la testa e pregare. Non servono neanche papi, imam e cardinali per l’amore, e loro chiaramente ci sono rimasti male da un pezzo. Eppure è una cosa così disponibile, gratuita, perfidamente accesibile, e forse è proprio per questo che a tanti fa stare così male.

Di un film visto poco tempo fa ricordo questo scambio di battute perfetto. Lei: “You believe in love?”. Lui: “Yes, it’s not Santa Claus”. Comunque la storia è sempre riassumibile così: boy-meets-girl (o boy-meets-boy, o girl-meets-girl), ma poi i tempi di entrambi sono sfasati, ci si ama ma non ci si incontra, si rimane scottati oppure non lo si vuole dire, si pensa troppo in grande oppure si incappa nella noia preventiva. Per conto mio, sono in un periodo di grande confusione amorosa. Da una parte tendo a innamorarmi di chiunque. Da un’altra parte non riesco mai a concretizzare la mia idea di amore. Non che mi manchi l’inventiva, oppure che sia uno di quelli che pretendono di comprare in edicola il kit “Costruisci Il Tuo Partner”, prima uscita a solo quattroeuroennovanta. Piuttosto su quella cosa bizzarra che è il sentimento affettivo mi è sembrato di riconoscermi in una frase dei celebri “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes, quando scrive: “Sono innamorato? Sì, poiché sto aspettando. L’altro, invece, non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; ma a questo gioco io perdo sempre. La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta”. Nemmeno il tempo di capire che ci sono già.

Luca Di Ciaccio • 13 febbraio 2010


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