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Pezzi di tesi/ Benvenuti a Strapaese

La città nuova fascista ormai realizzata, con l’intonaco fresco sui muri appena tirati sù, offriva, alle soglie della guerra, agli occhi di chi la visitava fuggevolmente e di chi veniva ad abitarla, un’immagine che probabilmente oggi è avvertibile solo a sprazzi, a brandelli. C’è stata la guerra, c’è stato soprattutto l’impetuoso e disordinato sviluppo dei decenni successivi, e i mutati indirizzi produttivi: tutto si è allargato a macchia d’olio, una macchia informe. Eppure questa immagine resiste ancora oggi, e racchiude il cuore di tanta ideologia italiana, non solo a Littoria poi diventata Latina. E’ l’eterna – e trasversale – immagine dello Strapaese. Il ciclico incantesimo dello spirito del luogo (genius loci, per dirla in latino), il mito di ciò che è caratteristico, la vera vita di soggetti portatori di ordine e onestà. Questa immagine è già il portato specifico del modello concettuale che ha pianificato, progettato ed eseguito la maglia poderale, la rete dei borghi e dei centri urbani, i criteri di selezione dei coloni, la gestione del loro esodo e delle loro vite, insomma l’operazione Agro Pontino nel suo complesso. Di più, essa può costituire un vero e proprio vanto del fascismo, come fatto arci-italiano, miracolosamente al di fuori del fervido dibattito sulla città funzionale ed anche da ogni contatto con le parallele esperienze condotte oltralpe. Nella città nuova si celebra, difatti, il trionfo dell’inesausta genialità provinciale, protagonista di quella rivoluzione conformista la cui capitale è lo Strapaese, «e Strapaese non si trova in Europa, ma in Italia, nell’antica giovanissima Italia delle tradizioni e delle trasformazioni»[1].

Insomma tutto qui rimanda all’esaltazione della cultura rurale e municipale, a Longanesi, Maccari e Malaparte, «al vino buono e soprattutto nostrale», al genius loci e contemporaneamente ai difetti italiani assunti come limite e come forza, al selvaggio (allora fascista) che tira cazzotti intellettuali alla modernità. Lo Strapaese è un movimento culturale ed artistico, sviluppatosi in Italia dopo il 1926, di natura patriottica e a difesa del territorio nazionale. Ma l’insegna di Strapaese, piuttosto sterile sul piano letterario, si è trasformata nell’elemento portante della vicenda delle città di fondazione del Ventennio e poi, sotto diverse maschere, in tanta parte dell’architettura ideologica nazionale. «Strapaese è stato fatto apposta per difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana; vale a dire l’espressione più genuina e schietta della razza, l’ambiente, il clima e la mentalità ove son custodite per istinto e per amore, le più pure tradizioni nostre. Strapaese si è eletto baluardo contro l’invasione delle mode, del pensiero straniero e delle civiltà moderniste, in quanto tali mode, pensieri e civiltà minacciano di reprimere, avvelenare o distruggere le qualità caratteristiche degli italiani, che nel travaglio contemporaneo debbono essere l’indispensabile base e l’elemento essenziale; come sono state, se si pensi, le impareggiabili nutrici del genio, dell’arte e dello spirito»[2]. C’è un aspetto anche violento dello Strapese e dell’arcitaliano che oggi è implicito ma allora era esplicito e rivendicato: «Ormai l’Italia è messa bene / ve ne potete andare a letto / ma rammentar sempre conviene / che la fortuna va presa di petto. / Mogli briache e botti piene / a Strapaese non fanno difetto: / qui ci sono legni per tutte le schiene / legni d’olivo benedetto. / A raddrizzar le gambe ai cani / bastano ormai gli Arcitaliani»[3]. La dimensione strapaesana rimane il dato più evidente comune a tutte le città nuove, dove la ruralità viene realizzata per trasposizione, cioè ruralizzando un’immagine cittadina profondamente radicata nella storia italiana, quella della gloriosa città stato comunale, rozzamente rivisitata dall’ideologia fascista[4]. Tutto ciò, che in anticipo sui tempi si sarebbe già potuto definire come “immaginario nazionale”, era già percepibile agli occhi dello scrittore Corrado Alvaro che in suo libretto-reportage dall’Agro Pontino appena bonificato, pubblicato nel 1934 dall’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, intitolato Terra Nuova, notava con un certo lirismo che «i borghi nuovi e non ancora in vita sembrano costruzioni di ragazzi posati su un tappeto verde; quelli già popolati acquistano subito color di paese, riproducono angoli di villaggi veduti altrove, e costruiti dalla frequentazione lunga degli uomini, e che sono il paesaggio fisso della vita campestre. Chi ricorda l’Emilia, la Romagna, il Veneto, specie il Veneto ricostruito dopo la guerra, ne ritrova qui lo schema; il senso è lo stesso, quello l’aspetto, e l’uomo ha reso vecchio questo paesaggio nuovo imposto alla natura in un anno»[5]. E ancora: «E’ l’utopia dell’Italia di piccoli proprietari divenuta fatto vivo: difatti in questo lembo di terra nasce un nuovo ordine, si tenta una costituzione umana che ha più d’un punto di contatto coi sogni di tutti i pensatori che fantasticano su uno Stato ordinato, senza servi né padroni, la comunità che assorbe gli individui e tuttavia non ne fa un numero»[6].

Ora, la voglia di creare una sorta di “villaggio utopico” nell’Agro Pontino bonificato è tutt’altro che campata in aria. Gli indizi ci sono, a cominciare dall’abolizione delle classi con l’istituzione delle corporazioni stabilita del regime, ed è plausibile pensare che Mussolini, mirando a una forte espansione imperialista, cercasse un metodo di trasformazione sociale da usare in situazioni successive, e in questo l’Agro Pontino assume un considerevole valore sperimentale. Uno delle parole d’ordine della politica del regime e della sua opera di modellizzazione sociale era la “piccola proprietà”. La piccola proprietà che era già stata uno dei cardini di una soluzione teorica di “riforma sociale” destinata a essere ripresa a più ripetizioni e in salse diverse: quella di Frédéric Le Play a metà dell’Ottocento. Una riforma che mirava all’abolizione della lotta di classe, all’introduzione di un nuovo “ordine morale” di tipo cattolico, al ripristino della centralità dell’istituto della famiglia, a sua volta sottoposto all’autorità sociale[7]. Questo progettò ebbe una vastissima eco nell’Europa industriale e intrigò anche quelli che mai si sarebbero detti reazionari. Di certo, fu sempre utilizzato parzialmente e – guardacaso – sempre con finalità antiurbane e reazionarie. Uno degli strumenti per la realizzazione di questo ordine suburbano e morale era, secondo Le Play, la “casa con giardino”. Nella casa individuale si ricostruisce la famiglia e l’autorità paterna, nella cura del piccolo orto si ricompone il perduto senso della proprietà, nei due elementi – casa e orto – rinasce la morale. Fu questo l’alibi teorico, funzionale a ideologie diverse nel tempo e nello spazio, per le operazioni di “colonizzazione suburbana” riservate alla piccola borghesia[8].

Sta di fatto che, da un certo momento in poi, l’Agro è diventata un’opera “da mantenere”, anche in senso finanziario, ad ogni costo. Un’opera che assume un carattere quasi esclusivamente politico per l’estero e ideologico per l’interno. La propaganda del regime all’interno del Paese si basava su un largo impiego di immagini fotografiche accuratamente selezionate, presente un’esaltazione anche fisica del ruolo del capo, ecco Mussolini a mensa con gli operai, Mussolini a torso nudo che trebbia il grano, Mussolini sul trattore che traccia il solco del perimetro di Aprilia – poi uno dice il presidente operaio – il tutto a corredo di centinaia di articoli ovviamente d’elogio ma sempre molto generici[9]: mai si trova un pezzo pertinente sull’architettura delle città nuove, sulla loro struttura, non diciamo su eventuali difetti dell’organizzazione ma perlomeno su suggerimenti da parte dei coloni, anzi le famiglie coloniche sembrano scomparire dall’orizzonte della visibilità, come mute comparse sulla scena[10]. A conti fatti, si trattava comunque di un successo del regime. Pure il socialista Sandro Pertini non si trattenne dall’ammettere che negli anni Trenta «Mussolini progettò la bonifica e riuscì a far crescere il grano dove prima c’erano paludi e malaria. Fu una grande opera, sarebbe disonesto negarlo. Ricordo che il mio amico Treves era preoccupato: Sandro, mi diceva, se questo continua così siamo fregati»[11]. Molta era anche l’attenzione dell’estero: l’anti-urbanesimo in chiave italiana interessava a molti. D’altronde il momento coincideva con la fase in cui in tutto il mondo capitalistico si accentuava la ricerca pratica e teorica su criteri che fossero una via di mezzo tra liberismo e pianificazione, sulla linea tracciata dai piani regionali agricoli e industriali della Gran Bretagna e della Germania, dai centri urbani minerari della Ruhr, delle nuove città industriali in Unione Sovietica, primi passi verso il decentramento urbano.

Passi che si affrettano anche nel regime italiano, col passare del tempo. Alla fine degli anni Trenta si parla di borgate suburbane con tutti i servizi della città, quartieri autonomi ubicati a qualche decina di chilometri fuori dal centro urbano e ad essi collegati con mezzi di trasporto, diametralmente all’opposto dell’esaltazione precedente della vita rurale e delle casette con podere. Passati i tempi in cui Pontinia veniva orgogliosamente presentata come il Comune che «non avrà bellurie, non avrà fregi, statue, colonne; non avrà sale da gioco, e ritrovi notturni. A Pontinia la notte si dormirà perché il giorno si lavora e la sera si è stanchi. Non avrà vetrine scintillanti, con cappellini per signore più o meno improvvisate, profumi e rossetti esotici: il paese è sorto sul presupposto che nessuno comprerebbe di codeste cianfrusaglie»[12]. Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta, mentre il Paese si avvia nella catastrofe della guerra e il regime continua a costruire alcuni villaggi rurali nei latifondi del Meridione, non c’è dubbio che le paludi pontine siano ormai lontanissime, come un sogno infantile, ora si chiedono «borgate satelliti, che vogliamo spaziose e ridenti, in cui l’operaio, il capo-officina, l’ingegnere stanno ancora a contatto di gomito»[13]. Così il fascismo passa dalla terra alla borgata di periferia, pur senza abbandonare l’ordine autoritario e patriarcale. Gli ultimi anni del regime vedono un ritorno del fascismo nelle città con una lunga serie di sventramenti urbani e risanamenti, oltre che con la creazione di borgate e villaggi nelle immediate corone urbane di tutto il paese, con la netta caratterizzazione della città divisa in centro e periferia[14]. La vera data di nascita della maggior parte delle periferie urbane in Italia è appunto riferita a questo periodo. Quelle stesse borgate su cui, negli anni della Repubblica che verranno dopo la guerra, uno come Pasolini si dannerà l’anima. A Roma, in seguito agli sventramenti di vecchi quartieri nel centro storico, intere porzioni di popolazione, spesso sottoproletaria, vengono deportate d’autorità nelle prima periferie. Questo vuole essere lo spazio della nuova “grande classe media”[15]. La soluzione prospettata contro l’affollamento urbano è quella delle borgate e città-satellite, ovvero spostare le città verso la campagna, far diventare la campagna uno spazio suburbano. In testa sempre il mito campestre e paesano da non abbandonare. Nel 1940 in un ennesimo articolo “Contro la città” sulla rivistaCritica fascista si legge: «Per sfollare le grandi metropoli bisogna attirare in campagna anche le medie classi cittadine. Occorre creare villaggi semirurali, situati sulle grandi arterie ferro-tramviarie, alla periferia di una grande città, per una distanza non superiore ai 50 km e non inferiore ai 10 o ai 15, altrimenti sarebbero presto assorbiti dall’espansione delle metropoli. Queste borgate, destinate agli operai specializzati, ai capi tecnici, alle famiglie di impiegati e anche di professionisti, avrebbero un duplice scopo: anzitutto di sfollare le grandi città e far godere alle famiglie quei vantaggi che sono proprio della vita cittadina e campestre»[16].

Il Duce, comunque, aveva davvero preso a cuore l’impresa della “terra nuova” pontina: controllava l’andamento, si faceva inviare dispacci, interveniva sui progetti degli architetti, faceva improvvisi sopralluoghi nei cantieri, a ogni ora del giorno. Come Berlusconi da giovane, quando andava a controllare alle 5 di mattina che il giardiniere avesse annaffiato l’erba dei prati a Milano Due.

Oggi le strade dell’Agro, intorno a Latina, sono un reticolo di cardi e decumani che si incrociano nel deserto dei campi. «La sera qui c’è poco da fare, puoi solo annaffiare le piante», mi dice la cassiera di un bar, in una di queste strade di pianura vagamente metafisiche, tra le serre di pomodori e i saloni di abiti da sposa e gli stabilimenti chimici, mentre tutt’attorno potrebbe risuonare una ballata country. Sembra, a vederla, una versione contadina dell’idea eterna di periferia: una modernità perennemente fuori tempo, come una giacca da matrimonio con il cartellino del prezzo ancora attaccato alla manica. Un certo genio del luogo si sente ancora, sarà l’architettura di travertino e mattoni, oppure i tombini sul corso coi littori di ghisa. A qualcuno magari non dispiacerebbe farla diventare una specie di Disneyland del fascismo, coi pellegrinaggi, l’indotto, sarebbero anche maturi i tempi. Le cronache dei giornali sollevano in maniera sempre più forte il problema delle infiltrazioni criminali nel tessuto sociale ed economico della zona. L’Agro Pontino di domenica è un deserto con pochi alberi in cui regna un silenzio irreale. Voci dai ristoranti prenotati per le prime comunioni e folle di auto in fila per entrare nei centri commerciali sempre in espansione. Viene in mente una scena di “Latina/Littoria”, documentario del regista Gianfranco Pannone girato nel 2001, un dialogo tra lo scrittore Antonio Pennacchi e un amico librario nel suo negozio, proprio dentro uno di questi centri commerciali di recente costruzione, uguale a tanti altri, affollato come tutti. Pennacchi invoca, come al solito, il ritorno alla purezza dell’architettura di fondazione, al razionalismo e al mito fondativo, all’identità perduta della città. Il libraio indica con una mano il panorama attorno a loro, che in fondo potrebbe essere lo stesso di una qualunque città italiana, e gli risponde: «Anto’, questo che vedi invece è perfettamente coerente con Latina. La Latina che dici tu non c’è, è rimasta solo l’architettura. Latina è una produzione Mediaset. Questa è Latina».

 


[1] C. Malaparte, Strapaese e Stracittà, in “Il Selvaggio”, 10 novembre 1927

[2] M. Maccari (sotto pseudonimo di Orco Bisorco), Gazzettino ufficiale di Strapaese, in “Il Selvaggio”, 1 settembre 1927

[3] C. Malaparte, L’arcitaliano e tutte le altre poesie, 1963, p. 19

[4] L. Nuti, R. Martinelli, Le città di Strapaese. La politica di fondazione del Ventennio, 1981, pp. 156-157

[5] C. Alvaro, Terra nuova. Prima cronaca dell’Agro Pontino, 2008, p. 38

[6] Ivi, p. 40

[7] F. Le Play, Famiglia e sviluppo sociale, 1981

[8] R. Mariani, Fascismo e città nuove, 1976, pp. 172 – 173

[9] S. Falasca Zamponi, Lo spettacolo del fascismo, 2003, p. 253

[10] R. Mariani, Fascismo e città nuove, 1976, p. 183

[11] C. Gregoretti, Conversazione con Sandro Pertini, in “Epoca”, 23 marzo 1984

[12] Autore ignoto, Ruralità di Pontinia, in “La Tribuna”, 20 dicembre 1934

[13] A. Melis, Funzione sociale dell’urbanistica e limiti dell’urbanistica, in “Critica Fascista”, 1 maggio 1942, p. 111

[14] A. Cederna, Mussolini urbanista. Lo sventramento di Roma negli anni del consenso, 1979, p. 85

[15] R. Mariani, Fascismo e città nuove, 1976, p. 245

[16] C. Manetti, Contro la città, in “Critica Fascista”, 15 agosto 1940, p. 31

 

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Luca Di Ciaccio • 1 marzo 2010


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