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Pezzi di tesi/ Lo Strapaese al governo

Se la metropoli è stata il medium principale, nonché la metafora più efficace dell’esperienza moderna, e se la televisione ne ha rilanciato la potenza comunicativa nella fase tardo-moderna, allora la new town berlusconiana dove si colloca? Sicuramente sulla stessa linea dell’urbanistica anti-urbana all’italiana, lungo lo stesso sentiero su cui abbiamo trovato i borghi littori del Duce e le lucciole scomparse di Pasolini, il canto della via Gluck di Celentano e l’ideologia pubblicitaria del Mulino Bianco. A ogni tappa, però sempre alzando la posta. Fino ad arrivare lì dove i processi di smaterializzazione e mediatizzazione del territorio a opera dello sviluppo tecnologico si sono spinti a lacerare ogni trama della modernità. Là dove a “fare società” non è più né il cittadino né il telespettatore ma il consumatore individuale. Come abbiamo visto, Berlusconi col suo sogno di Suburbia coglie i passaggi dell’immaginario collettivo italiano, insinuandosi nei luoghi, nei territori. Il passaggio dalla centralità della casa alla centralità della tv, dalla città di mattoni alla città elettronica (sebbene ancora pre-internet). Poi il passaggio dalla città di Stato alla città privata, dalla città sociale alla città individuale. La tv aveva iniziato già da anni a splendere nei reticoli abitativi delle città, dei paesi e delle prime periferie urbane d’Italia, l’altro passaggio decisivo, quello dalla socializzazione della piazza alla socializzazione offerta dalla tv era già avvenuto. Sebbene a costo di uno scontro tra interessi corporativi, capitali culturali ma anche generazioni. Come scrive Vincenzo Susca «le culture della piazza – che sono anche quelle del libro e dei conflitti fisici, dell’autorità e del popolo, della religione e dell’arte – non hanno mai cessato di resistere alle culture dei media»[1]. Le mura delle città e delle case si fanno limiti valicabili attraverso i viaggi concessi dalle nuove dimore mediatiche. In fondo, le origini della televisione, prima dei colori, prima del bianco e nero, erano già inscritte nella storia della metropoli ottocentesca, dei suoi linguaggi, del suo “vissuto”. Basta citare Simmel: «La base psicologica su cui si erge il tipo delle individualità metropolitane è l’intensificazione della vita nervosa, che è prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori»[2]. Difatti, nella seconda metà del Novecento, lo schermo televisivo si salda direttamente all’immaginario collettivo nel momento in cui si apre allo «spettacolo del consumo»[3]. Come avevano fatto le Grandi Esposizioni Universali nell’Ottocento, la televisione mette in vetrina costumi, merci e sogni collettivi, consente all’uomo qualunque di sapere tutto di tutti, di vivere «oltre il senso del luogo»[4]. Così, nell’eterno Strapaese italiano, si può ragionevolmente arrivare ad affermare che «la vera esperienza metropolitana, in Italia, l’immaginario collettivo la consuma e produce attraverso la televisione»[5]. In tutto ciò serviva qualcuno che facesse saltare le vecchie serrature. Per questo Berlusconi, emerso tra strati sociali resi già omogenei dalla sensibilità televisiva, è apparso – già parecchio tempo prima della sua formale entrata in politica – un “liberatore” per alcuni e un “invasore” per altri. Anche perché «ha fatto da catalizzatore di una socializzazione incompiuta, di un processo di modernizzazione che in Italia non ha reso possibile il trapasso da una società pre-televisiva a una società televisiva»[6].

Cosa c’è quindi di urbano nella televisione e nella cultura di massa che presumibilmente ha veicolato? La questione è complicata. Naturalmente la cultura di massa è sempre stata in un certo senso moderna, e le città italiane hanno man mano costituito dei centri naturali di industrializzazione, consumo e modernità. Tuttavia il mosaico urbano e il mutevole panorama cittadino non si riflettevano nelle prime emissioni televisive, nel castigato bianco e nero della prima Rai di Stato, che invece si limitava a programmi educativi, rappresentazioni teatrali, telequiz girati negli studi o in provincia. Quella provincia che – territorialmente, e non solo – costituiva (e costituisce) buona parte del Paese. L’elemento “urbano” che stiamo cercando era un’entità molto più effimera, più ideologica che concreta, più mitica che reale. I “tipici valori urbani” menzionati da John Foot rispecchiavano il cambiamento di ideali introdotto dal boom economico del secondo dopoguerra, ma in modo appena percettibile. Legando lo sviluppo dei media a quello della formazione delle “comunità immaginate” nazionali. Più tardi la tv privata, la tv di Berlusconi, è stata “americana” in un modo molto più evidente di prima. In un crogiolo di eccessi urbani, glamour e consumismo, fece della “modernità” una virtù[7]. Una modernità, però, sempre ancora a valori e decori tradizionali, a rassicuranti ancoraggi paesani, come l’ossimoro delle “case di campagna in città” di Milano Due ci insegna. Una convivenza tutta italiana di ipermodernità e nostalgia.

Così non si può sottovalutare Milano Due, ennesima incarnazione, perfino gradevole e riuscita, dello Strapaese italiano, pure nella sua versione americaneggiante. Forse, come ha scritto recentemente L’Unità, «bisognerebbe scomodare il Gran Lombardo, la Brianza trascolorata del Maradogal – provincia sudamericana creata, tra barocco e grottesco, dalla penna dell’ingegner Carlo Emilio Gadda – per comprendere il successo di Milano Due. Sopra le villette, l’aspirazione alla tranquillità, sotto “l’orrido garbuglio”, i pasticci, la solitudine dell’hidalgo-ingegnere Putibutirro»[8]. Assistiamo, per dirla con Silverstone, alla «suburbanizzazione della sfera pubblica», una dimensione che mette in gioco molto ambiti: la sfera politica, la sfera collettiva, i mezzi di comunicazione, lo stile di vita. L’ambiente del suburbio «mette in luce la qualità peculiare della cultura moderna negando la tradizionale differenza tra natura e cultura, fondendole». E la televisione, sempre lei, si adatta perfettamente alla realtà suburbana. Fino alla politica: «la politica nei sobborghi, e dei sobborghi, è ancora prevalentemente una politica casalinga di interessi privati, conformismo ed esclusione condotta all’interno di strutture politiche che sono, in genere, scarsamente riconosciute e tantomeno contestate»[9]. Non a caso il successo edilizio di Milano Due non è centrato tanto sullo scenario metropolitano bensì su quello suburbano. Ha ragione il sociologo Aldo Bonomi quando dice che l’anima di Berlusconi, ora che è diventato leader dello schieramento politico di centrodestra e capo del governo, va ricercata in quella “città infinita” del Settentrione, rappresentata dal territorio lombardo e oltre, dove il modello è il capannone, la casa con giardino e garage e l’immancabile nanetto di Biancaneve. «Basta aver percorso l’autostrada Torino-Trieste per capire i punti di riferimento dei nuovi soggetti. Il paesaggio è dato dai capannoni attorniati da villette con i nanetti nel giardino e la Bmw nel garage sotto casa. Questo è il modello. Il vero simbolo del berlusconismo non è la televisione, ma è il capannone e la villetta con i nanetti nel giardino. Ecco l’anima profonda del berlusconismo»[10]. Come sosteneva Tommaso Labranca in un suo volumetto di qualche anno fa sull’estetica del pecoreccio italiano, «non possiamo non dirci brianzoli»[11], perché la Brianza è prima di tutto un luogo dell’anima, ebbene, forse parte di questa «comunità immaginaria brianzola» si è formata grazie (anche) a Berlusconi e al suo “corpo elettronico”, tradizionale e moderno al tempo stesso[12].

«Agli architetti italiani dell’epoca non piaceva – ha spiegato, intervistato dall’Unità, Fulvio Irace, storico dell’architettura al Politecnico di Milano – quell’idea neoconservatrice di anti-città. I laghetti, la chiesa, il centro sportivo, la selezione forte dei gruppi sociali e non la condivisione che si crea in un quartiere urbano». È l’ideale del sobborgo americano dove il capofamiglia la sera si rifugia e, chiudendo la porta, si lascia alle spalle lo stress, il traffico, ma anche la vitalità, i rumori, le attività del mondo urbano. E trova la moglie ad aspettarlo, con i bambini stanchi ma felici. L’idea di Milano Due e Milano Tre è esattamente la stessa, secondo Irace, «solo che Berlusconi la interpreta a un livello più popolare, ma progettata da buoni architetti»[13]. Un’incarnazione, tra tante, del sogno borghese. Ma pure un’espressione azzeccata della mutazione dei tempi, della capacità di sentire l’aria che tira. Quando alcuni ricercatori dell’università di Los Angeles iniziarono nell’anno 1968 ad intervistare le matricole, gli studenti indicarono l’«acquisire una filosofia di vita» come la priorità numero uno della propria istruzione, mentre «ottenere un buon posto di lavoro e fare soldi» si trova sul fondo della classifica. Nei venticinque anni seguenti quei valori furono letteralmente invertiti: «fare soldi» schizzò in vetta e «acquisire una filosofia di vita» sprofondò negli abissi della classifica. Inoltre i ricercatori furono sorpresi dalla scoperta di una forte correlazione tra la quantità di televisione che gli studenti guardavano e l’espressione di priorità materialistiche[14].

Un errore da evitare nell’avvicinarsi a Milano Due è quello di considerare Silvio Berlusconi e il quartiere da lui costruito come due sinonimi. Una trappola in cui cade sia la letteratura di segno beatificante, come certi opuscoli elettorali o biografie accomodanti, sia la letteratura di segno decisamente opposto, che riduce il tutto a una «scandalosa speculazione finanziaria» di un «palazzinaro coperto da prestanome e coi capitali di anonime finanziarie svizzere»[15]. La questione è più banale e più complicata al tempo stesso.

Certamente c’è qualcosa che richiama l’ideologia politica del berlusconismo, ma anche del leghismo degli ultimi anni. Innanzitutto il non vergognarsi più del proprio decoro borghese, il non dissimulare più quel sentimento di diffidenza che fa alzare gli steccati. Riemerge così la dicotomia tra fuori e dentro, tra amici e nemici. Come nel discorso politico: da una parte si propone l’immagine di una società omogenea, coesa, sostanzialmente pacificata, dove non esistono conflitti né di classe né di interessi, con una sfera pubblico-sociale anestetizzata; dall’altro lato si propaganda una visione della politica come combattimento contro estranei o nemici, come energia che emana da un popolo in rapporto diretto col suo leader, senza intrusioni di poteri terzi[16]. Ma non basta. Certamente c’è il collegamento complesso con la retorica anti-urbana e le creazioni di città e borghi nel ventennio fascista, in un contesto del tutto diverso ma con la simile ambizione di voler assecondare la propaganda e plasmare nuovi soggetti sociali attraverso la creazione di un territorio. Volendo azzardare un parallelo: lì uno Stato che si fa Impresa, qui un’Impresa che si fa Stato. Forse riassumibile nell’opinione che «a differenza di Mussolini, Berlusconi non ha mai preteso di trasformare gli italiani, lui ha aderito agli italiani, e aderendo a noi ci ha cambiati più di quanto abbia potuto l’indottrinamento del regime»[17]. Ma ancora non basta. Certamente c’è il cerchio del pensiero antiurbano che sempre avvolge l’Italia, l’idea di base di un ritorno alla cultura campagnola e contadina, il rilancio del genius loci, insomma lo Strapaese riveduto e corretto che, paradossalmente, unisce l’estetica berlusconiana di Milano Due con la retorica di regime dei borghi dell’Agro Pontino, con il padano premoderno Celentano cresciuto nella via Gluck, con l’abuso del ruralismo populista e decadente di Pasolini. È tanto, ma non abbastanza. Perché alla fine anche Milano Due è un pezzo di città, che riflette solo in parte le logiche di chi l’ha promossa e finisce per portare le tracce di una stratificazione complessa di culture, aspirazioni, vissuti.

 


[1] V. Susca, Berlusconi il barbaro ovvero il primo tra gli ultimi, in A. Abruzzese, V. Susca, Tutto è Berlusconi, 2004, p. 33

[2] G. Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, 2001, p. 36

[3] M. Morcellini, Lo spettacolo del consumo. Televisione e cultura di massa nella legittimazione sociale, 1986

[4] J. Meyrowitz, Oltre il senso del luogo. L’impatto dei media elettronici sul comportamento sociale, 1995

[5] A. Abruzzese, L’intelligenza del mondo, 2001, p. 226

[6] Ibidem, p. 34

[7] J. Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, 2001, p. 126

[8] J. Bufalini, Decoro borghese ossessione milanese, in “L’Unità”, 17 settembre 2009

[9] R. Silverstone, Televisione e vita quotidiana, 2000, pp. 90-134

[10] A. Bonomi, Il chiunque e la moltitudine, in A. Abruzzese, V. Susca, Tutto è Berlusconi, 2004, p. 247

[11] T. Labranca, Estasi del pecoreccio, 1995

[12] F. Boni, Il superleader. Fenomenologia mediatica di Silvio Berlusconi, 2008, pp. 43-45

[13] J. Bufalini, Decoro borghese ossessione milanese, in “L’Unità”, 17 settembre 2009

[14] A. Stille, Citizen Berlusconi, 2006, p. 406

[15] G. Ruggeri, M. Guarino, Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv, 1994

[16] C. Galli, Volontà di potenza, in “La Repubblica”, 17 ottobre 2009

[17] A. Cazzullo, L’Italia de noantri, 2009, p. 124

 

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Luca Di Ciaccio • 1 marzo 2010


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