Ludik

un blog

Pezzi di tesi/ Va ora in onda lo Strapaese

Tutto cambiò quando alle città in espansione, come corpi sempre più obesi e nervosi e famelici, spuntarono le antenne. Una foresta di antenne si moltiplicò sui tetti delle case, come evidente segno esteriore di consumo e benessere, gli enormi ripetitori della Rai, da collina a collina, divennero il simbolo del potere della televisione. Quelle foreste di antenne contraddistinsero paesaggi e fotografie da un certo periodo in avanti. Nelle aree urbane cominciarono a sorgere anche negozi di televisori, con gli apparecchi accesi esposti nelle vetrine. I passanti si fermavano a guardare certi programmi, senza audio, attraverso la vetrina, e spesso, a specifici orari, si formava un crocchio di persone. Nel 1963 Pasolini, in riferimento al fenomeno delle antenne, diede sfogo alla sua feroce ironia. «Sai cosa mi sembra l’Italia? Un tugurio i cui proprietari son riusciti a comprarsi la televisione e i vicini, vedendo l’antenna, dicono, come pronunciando il capoverso di una legge, “Sono ricchi! Stanno bene!”»[1]. In quegli stessi anni quasi tutti i quotidiani italiani inviavano cronisti per svolgere inchieste sugli immigrati più poveri delle grandi città. Molti scrivevano articoli commoventi, all’interno dei quali tuttavia prevaleva un’immagine ricorrente: quella del televisore, anche nella più povera delle baracche. Questa immagine, rimandata dalle fotografie e dalle storie popolari d’Italia forniva una prova decisiva dell’importanza della televisione per gli immigrati meno abbienti e per il sottoproletariato delle metropoli italiane. Il libro di Guido Crainz sul boom, uno dei primi tentativi accademici di storia del miracolo economico, prende spunto da questa immagine definendola un “mito”. Crainz cita un critico contemporaneo che scrive: «Il discorso del televisore nella baracca è uno di quegli argomenti che ispirano particolarmente l’insopportabile genia dei chiacchieroni ferroviari»[2]. Tuttavia l’immagine coglie un aspetto particolare del consumismo durante il boom: l’ago della bilancia dei consumi si sposta dai generi di prima necessità verso i beni durevoli, e il televisore, magari acquistato a rate, effettivamente faceva la parte del leone. Vedere le foto dei tuguri o delle povere casette appena imbiancate con la loro brava antenna sopra può essere una prova a favore di conclusioni pasoliniane sul livellamento culturale, ma tutto ciò rappresentava pure una forma significativa di liberazione e un salto di status anche per le famiglie più povere. Numerosi sociologi hanno definito questa tendenza una “distorsione” dei modelli di consumo, ma questo presuppone che ci sia un modello “normale” (generalmente associato ad altre nazioni, come la Gran Bretagna o la Francia) al quale il consumo dovrebbe attenersi. Ci troviamo ancora una volta di fronte al “caso italiano” con le sue presunte diversità rispetto alla “norma”.

In parole povere la tv veniva (e viene) vista sostanzialmente come un fenomeno negativo con alcuni positivi effetti secondari, in particolare l’unificazione linguistica dell’Italia[3]. Alla televisione di Stato che, in Italia, inizia in condizioni di monopolio le trasmissioni nel 1954, è attribuito dagli storici e dagli studiosi della cultura un ruolo fondamentale nella “morte” delle culture tradizionali sia contadine che operaie. Gianni Bosio, per esempio, sostenne che il «capitalismo organizza in tv la cultura popolare alla rovescia»[4]. La televisione, secondo Pasolini, è il braccio secolare del nuovo potere, la classe dominante che «non si accontenta più di un uomo che consuma ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo»[5]. La soluzione di Pasolini era provocatoria, divertente, swiftiana: abolire la televisione (e la scuola) o manifestare contro la trasmissione di certi programmi popolari[6]. Eppure Pasolini non scherzava affatto. In Italia, questa analisi è diventata una verità riconosciuta e accettata. Il ruolo della televisione è stato ingigantito e promosso a precursore onnipotente della cultura consumistica borghese di massa.

Ma la televisione italiana degli esordi – la cosiddetta paleo-televisione – costituì uno stimolo in direzione della modernità in mille sottili e complesse maniere. Innanzitutto, l’urbanizzazione dell’Italia era sia un riflesso sia una conseguenza della diffusione della televisione. «La tv creò e reinventò la città, e la sua propagazione non coincise con la formazione di fasce suburbane, come in Inghilterra o negli Stati Uniti, ma con l’urbanizzazione e l’industrializzazione»[7]. Inoltre, la tv contribuì a rafforzare l’espansione economica del dopoguerra: basti pensare alla forza trainante delle prime pubblicità in bianco e nero racchiuse ogni sera in Carosello, o al telequiz Lascia o raddoppia che portava milioni e milioni di spettatori a incollarsi davanti ai televisori, e ovviamente a comprarseli. I primi anni della televisione sono ancora ancorati a una fase “collettiva”: gli apparecchi in circolazione sono ancora pochi, gli spettatori si riuniscono nei bar o nelle poche case già dotate di televisore. Già pochi anni dopo, all’inizio dei Sessanta, gli apparecchi privati, casa per casa, prendono il sopravvento.

La tv ha avuto effetti contraddittori in tutti i campi: per esempio, ha incoraggiato l’atomizzazione dell’unità familiare, ma ha anche favorito il consumo collettivo in luoghi destinati ad altre attività. Ha educato, ha allargato orizzonti, ma anche portato a un livellamento, verso l’alto e verso il basso, del modo di vivere e di pensare. Ha reso la mente schiava e libera allo stesso tempo. Ha incoraggiato il consumismo e la sua critica. Ha avuto effetti di breve durata, e altri che si possono percepire ancora oggi. Un impatto insomma niente affatto lineare. Ma una cosa è certa: come ha scritto Aldo Grasso, la televisione «ha accelerato i ritmi della vita sociale del Paese in maniera impressionante»[8]. La tv comincia a splendere nei panorami urbani, dietro le finestre dei reticolati abitativi, nel momento stesso in cui la piazza viene meno alle sue antiche funzioni di socializzazione “dal vivo”. La metropoli, dopo aver superato la città storica, a sua volta viene disgregata dall’avvento dei media di massa. Di fronte alla “scatola magica”, il dispositivo territoriale della piazza diventa, allo stesso tempo, troppo grande per far sentire le persone a casa loro e troppo piccolo per soddisfare le pulsioni a essere altrove. Dalla piazza si passa alla tv, dunque.

Proviamo a vedere come l’impatto della tv influenzi la realtà di un quartiere urbano. Possiamo prendere, ad esempio, le ricerche citate nel libro di Foot a proposito di alcuni quartieri milanesi nei primi anni Sessanta. Interessanti sono i dati sulla Comasina. Iniziato nel 1953 e completato nel 1958-60, con i suoi 83 palazzi per un totale di 11mila vani, divenne il più grande progetto di edilizia popolare in Italia. Insediamento modernista e “futurista” sui confini nord-ovest della città, fu anche il primo quartiere “autosufficiente” d’Italia. La pianificazione della zona era basata su sottopassaggi pedonali, lunghe balconate in cemento armato e una chiesa da fantascienza. A parere degli urbanisti, la costruzione di chiese, centri sociali, negozi e bar avrebbe permesso al nuovo quartiere Comasina di svilupparsi in una comunità. In realtà le divisioni fra le varie tipologie di abitanti furono subito nette: famiglie di microzone più “rispettabili”, immigrati del Meridione, gruppi di sfrattati e baraccati[9]. Ebbene, alla Comasina nel 1962 il 90 per cento delle famiglie aveva comprato un televisore, una delle percentuali più alte tra i dati disponibili dell’epoca. Evidentemente tra loro c’erano anche quelli più poveri o quelli che ancora stavano in baracca[10]. A Milano, e in particolare nei quartieri periferici, la priorità della tv rispetto agli altri beni di consumo fondamentali, e il suo ruolo di fulcro attorno a cui ruotavano le attività del tempo libero, dunque erano già dati per scontati. L’isolamento stesso della Comasina rispetto al centro della città – con tutte le sue attrazioni scintillanti, i cinema, le sale da ballo e i teatri – ha sicuramente contribuito a questo successo. Ne conseguiva che anche la fase della visione collettiva era ormai conclusa: i sondaggi dell’epoca si imbattevano in bar deserti, ormai ognuno guardava la tv a casa propria. C’è da registrare che la Comasina divenne il classico “ghetto”, svuotato di giorno e pieno di sera, ma desolato e senza luoghi di aggregazione sociale spontanea non ufficiali, anche se annoverava tre centri sociali e una chiesa con strutture sportive. Vuol dire che a quanto si era guadagnato in termini di “privacy” e di “liberazione” dagli aspetti oppressivi della vita di cortile o di piazza di paese, oltre che in termini di qualità degli alloggi per buona parte dei residenti, si contrapponeva l’assenza di una comunità e il mancato rapporto con la città. Tuttavia, gran parte degli abitanti della Comasina sembrava contenta di pagare quel “prezzo”. Molti (ma non tutti) avevano barattato le forme tradizionali di integrazione urbana (la “collettività”) con altri valori: privacy, status, un salotto spazioso. Per molti, la vita di famiglia aveva soppiantato le altre forme di rapporti sociali[11]. Ben presto anche il resto dell’Italia avrebbe raggiunto gli standard delle periferie milanesi. Nel 1965 il 43 per cento degli italiani guardava la tv tutti i giorni, il 17 per cento da due a quattro volte alla settimana e il 10 per cento solo una volta. Una persona su cinque non la guardava mai. Consideriamo che all’epoca i programmi sull’unico canale nazionale erano trasmessi solo di pomeriggio e di sera. A pensarci bene, Berlusconi, o meglio l’ideologia che più tardi con le sue tv commerciali e i suoi quartieri residenziali avrebbe rappresentato, costituiva una realtà egemonica già all’inizio degli anni Sessanta[12].

Ma cosa accadeva per strada, nei bar e nei rapporti fra le persone? Già prima dell’arrivo della cultura di massa la situazione era abbastanza varia e articolata. È vero che alcuni quartieri apparivano come tipiche comunità operaie, dominate dai partiti politici, dalla vita di strada e dai bar. Ma persino lì questo modello di tempo libero e di vita quotidiana era limitato a certe ore della giornata e contrassegnato da un uso del tempo differente per uomini e donne. I quartieri più nuovi erano invece teatro di una diversa organizzazione del tempo e delle relazioni sociali. Il tempo era essenziale e spesso tiranno, e sicuramente ben poco ne rimaneva al pendolare-operaio che usciva di casa alle quattro del mattino e rientrava alle nove di sera. Altre diverse informazioni vengono da una ricerca della fine degli anni Cinquanta su un’altra zona appena fuori Milano. Nel 1958, un sociologo compì uno studio approfondito su un “villaggio urbano”, uno dei tanti sorti attorno al capoluogo lombardo, dove nessuno possedeva un televisore, anche se vi erano altri segni del crescente consumismo, come gli scooter. Ciò nonostante, scrive l’autore, in questo caso la “comunità” era inesistente: «la piazza è scomparsa […] era anzi chiaro che il massimo egoismo regnava nei reciproci rapporti, una incapacità ad accordarsi tra loro per risolvere i propri problemi». Nonostante lo squallore, la povertà e la mancanza di servizi basilari, gli immigrati preferivano queste cosiddette “coree” al loro paese meridionale d’origine. Secondo il prete locale, a Milano gli immigrati avevano «scoperto una “superamerica”». Insomma, la televisione, almeno in termini di proprietà individuale, qualche volta poteva anche non entrarci[13]. «In ogni caso – conclude Foot – è impossibile affermare con una certa sicurezza che la preesistente vita culturale semplice, idilliaca e vivace si preparava a essere spazzata via dalle nuove forme di cultura di massa diffuse dalla tv»[14].

Un articolo di Stephen Gundle, professore inglese di Storia dei Mass Media e profondo conoscitore della lingua e della cultura del nostro Paese, pubblicato nel 1986, ci viene in aiuto sullo scivoloso tema delle ripercussioni della tv in Italia. Gundle attribuisce il potere della tv a quattro fattori principali: il predominio del mezzo di comunicazione visivo sugli altri media; la diffusione capillare e privata dei valori del consumismo; la coincidenza dell’arrivo della tv con il rapidissimo decollo economico in un Paese privo di una «cultura nazionale integrata»; infine, «la semplicità e l’immediatezza delle immagini televisive che sembravano conformarsi perfettamente alle qualità tradizionali di molta cultura popolare»[15]. Cosa c’era quindi di urbano nella televisione e nella cultura di massa che presumibilmente veicolava? La questione è complicata. L’elemento urbano, nella paleo-televisione, era un’entità tutto sommato effimera, più mitica che reale, un messaggio implicito eppure già forte. I “tipici valori urbani” menzionati da Gundle rispecchiavano il cambiamento di ideali introdotto dal boom del secondo dopoguerra, ma in un modo appena percettibile: l’automobile-premio del telequiz, l’enfatizzazione del denaro, le trasmissioni internazionali, i film utilizzati nei notiziari, i prodotti reclamizzati daCarosello[16]. Occorreva creare dal nulla un popolo di consumatori, a cui far dimenticare i sensi di colpa delle parrocchie cattoliche e di quelle comuniste. La tv commerciale, le Dallas americane, le magie berlusconiane erano ancora di là da venire, come un embrione che attende solo di svilupparsi. Tutti argomenti importanti, ma quello che continua a girare per la testa è altro: la costruzione di una mitica età aurea presumibilmente distrutta dalla cultura di massa, l’imputazione alla tv di un ruolo comodamente esagerato all’interno di questo processo.

E qui torna Pasolini. La cosa bella è che molti dei suoi messaggi, dei suoi materiali, delle sue parole li rivediamo oggi proprio grazie alla televisione. Ritroviamo quel giovane bruno e nervoso, che si agita seduto su una sedia in uno studio televisivo di quasi quarant’anni fa, dove comunque «non è ammesso dire una sola parola che sia di scandalo». Il fatto è che la modernità è spossante. Una sfida continua. In Italia poi è arrivata così all’improvviso. Lo spavento c’è stato, i danni sul territorio anche, basta guardare le nostre coste, le nostre periferie. Pasolini è stato un profeta della scomparsa del mondo contadino, del j’accuse, dell’abiura, dell’io so ma non ho le prove. Non esistono – spiegava – equivalenze o analogie con il resto del mondo capitalistico, questo perché «nessun Paese ha posseduto come il nostro una tale quantità di culture “particolari e reali”, una tale quantità di “piccole patrie”, una tale quantità di mondi dialettali: nessun Paese, dico, in cui poi si sia avuto un così travolgente “sviluppo”. Negli altri grandi Paesi c’erano già state in precedenza imponenti “acculturazioni”: a cui l’ultima e definitiva, quella del consumo, si sovrappone con una certa logica. Anche gli Stati Uniti sono culturalmente enormemente compositi (sottoproletariati venuti a concentrarsi caoticamente da tutto il mondo), ma in senso verticale e, come dire, molecolare: non in senso così perfettamente geopolitico come in Italia»[17]. E alla fine ha vinto Pasolini. Ha avuto ragione anche quando aveva torto. Così viene facile arrendersi al “sapere nostalgico”[18], pensare che tutto quello che è avvenuto nella magica cornice delle età passate ha valore, mentre il presente è sinonimo di corruzione. Alle forze della modernità che spingono va opposto il modello puro e innocente del passato incorrotto. Questa visione, in genere, rischia di fare un po’ di danni. Non ci permette di ragionare (ed esaminare) le condizioni di partenza: come si fa, infatti, a contestare un modello ideale? Quindi facciamo fatica a immaginare (e provare a regolare) quello che fisiologicamente si muove. Questo sapere nostalgico tuttavia ha il pregio di piacere al grande pubblico: il dolce paese che non dico, diceva Gozzano. Paese mio che stai sulla collina, cantavano i Ricchi e poveri al Festival. Italia scomparsa, dicono gli editorialisti pensosi sui giornali. Allora sì che il mondo aveva un sapore. Non come questa modernità insapore, insalubre, stressante, omologante.

Tutto l’attuale Strapaese è, magari inconsapevolmente, innanzitutto pasoliniano. Perché Pasolini, innamorato del sottoproletariato borgataro e del mondo contadino che aveva in testa e che gli sembrava il tempio della premodernità antifascista, sognava nelle lucciole il ritorno a una società superata ma migliore. Una lucciola come quelle che sicuramente anche Celentano, cantore pop dello Strapaese, vedeva nella sua via Gluck, e non è un caso se Pasolini lo ha incontrato un paio di volte e avrebbe voluto girarci un film su quella casa in mezzo al verde scomparsa[19]. Una lucciola come l’idea che la realtà dissolta possa avere ragione del mondo moderno.

Il Paese rurale, in bianco e nero, l’utopia nostalgica resisterà ancora per anni, in televisione, nell’Intervallo. Che dovrebbe essere una pausa, una toppa tra i programmi. Ma era come un’ipnosi. «Il ponte a schiera d’asino di Apecchio, la valle di Visso sparsa di case chiare. San Genesio, Gratteri, Pozza di Fassa. Le facciate di Sutri, la fontana bianca di Matelica. Una decina di secondi a cartolina, poi la dissolvenza e una nuova cartolina. L’eterna Italia rurale e pastorale tirata su con le pietre grigie tagliate a mano, fatta di muri a secco ricamati dall’edera e dal muschio, abitata solo dagli osci e dagli etruschi, semplice, contadina, i morti che riposano nei cimiteri di paese, la ghiaia sul fondo tra le tombe, gli scricchiolii e l’odore dei gladioli, tra la ghiaia e le bacche dei cipressi, il cielo limpido, le rose. Fantasmi del paesaggio, circonvenzioni della percezione nazionale. Il pittoresco, il locale, il premoderno, il genuino. La bella Italia semianalfabeta che per decenza ignora la grammatica. Fino a un anno fa c’era anche Carosello, la radiografia della gioia. È rimasto l’Intervallo, la giostra lenta dell’oblio, un presepe fabbricato dalla televisione»[20].

 


[1] P.P. Pasolini (a cura di M. Gallinucci), Interviste corsare sulla politica e sulla vita 1955-1975, 1995, p. 58

[2] G. Crainz, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni, 1996, p. 132

[3] A. Grasso, La televisione a Milano, in A. Ferrari, G. Giusto (a cura di), Milano città della Radiotelevisione 1945-1958, 2000, p. 59

[4] G. Bosio, L’intellettuale rovesciato, 1975 citato in J. Foot , Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, 2001, p. 42

[5] P. P. Pasolini, Scritti corsari, 2009, p. 23

[6] P. P. Pasolini, Lettere luterane, 2009, pp. 182-288

[7] J. Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, 2001, p. 126

[8] A. Grasso, Storia della televisione italiana, 1992, p. 22

[9] J. Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, 2001, p. 62

[10] Ivi, p. 43

[11] Ivi, p. 73

[12] Ivi, p. 108

[13] L. Diena, Borgata milanese, 1963, in J. Foot , Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, 2001, p. 44

[14] Ivi, p. 108

[15] S. Gundle, L’americanizzazione del quotidiano. Televisione e consumismo nell’Italia degli anni Cinquanta, in “Quaderni storici” n. 2, 1986, pp. 561-594

[16] J. Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, 2001, p. 126

[17] P. P. Pasolini, Scritti corsari, 2009, pp. 73-74

[18] A. Pascale, Qui dobbiamo fare qualcosa. Si, ma cosa?, 2009, pp. 49-50

[19] A. Bandettini, Quel film mai nato sulla via Gluck, in “La Repubblica”, 13 gennaio 2007

[20] G. Vasta, Il tempo materiale, 2009, p. 10

 

Luca Di Ciaccio • 1 marzo 2010


Previous Post

Next Post