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La misura del metrò

Mi affascina la geografia fantastica delle mappe della metropolitana. Le distanze identiche tra una stazione e l’altra, la cantilena delle fermate che sembra ricalcare alla perfezione la topografia della città di sopra e invece altro non è che una filastrocca. I grumi di umidità e di desolazione delle povere linee romane, quelle che più ho praticato, la rossa e specialmente la blu, niente a che vedere non dico con Tube e Underground anglosassoni ma con nessun trasporto pubblico di media capitale europea. La tv senza programmi che si chiama Telesia, i giornali gratuiti che diffondono paure e hanno nomi del tutto tautologici, “Metro” oppure “Leggo”. La striscia gialla che le voce dagli altoparlanti ripete continuamente di non oltrepassare, e a momenti pare pazzesco che basti oltrepassarla. cadere sui binari, per non esistere più, che il confine in fondo sia un nulla. I mezzi minuti d’aria aperta in cui i cellulari prendono di nuovo, rompendo solitudini, imponendo risposte, gonfiando ansie.

La metropolitana non consente fughe di fantasia, solo colpi di sonno. Fuori dai finestrini è impossibile immaginarsi paesaggi fantastici, spettacoli imprevisti, cataloghi di sorprese. Niente di tutto ciò. E’ come viaggiare in una sonda infilata sotto la pelle della realtà, dove nessuna cipria e nessun belletto arrivano a ricoprire bruciature, piaghe, miserie. Sembra di stare in un mondo sotterraneo dimenticato dagli dei indifferenti e dagli eroi minuscoli del nostro tempo. Più vero e più fatalista del mondo di sopra. Dove si sta insieme, ma ci si evita. Secondo l’inevitabile Marc Augè, l’antropologo del metrò, è “il rifugio degli esclusi, un battito del cuore al quale si attaccano coloro che hanno ancora la forza di suonare un brano di musica, canticchiare una canzone o proclamare la propria miseria. Chiedendo l’elemosina riescono a non perdere di vista la vita degli altri, percorrono i vagoni e non sono definitivamente fermi sul bordo del binario”. E poi sulla metropolitana di Roma, appunto, pare di vedere davvero il Paese sotterraneo. Un luogo dove la società multietnica è un fatto, non un dibattito, dove il violinista è triste per definizione, dove il capolinea è davanti al carcere. E dove appare chiaro che chi sta sopra non precipita, e chi sta sotto non decolla.

metropolitanamezzi di trasporto

Luca Di Ciaccio • 9 marzo 2010


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