Ludik

un blog

Cinecittà

Cinecittà è la prova che per vedere bisogna chiudere gli occhi. Che la realtà è il frutto di mille invenzioni, che ogni vita è il prodotto di copioni più o meno riusciti, e che amori e tragedie e bellezze sono stati d’animo che albergano negli occhi di chi guarda. I turisti, gli americani e i giapponesi, oltrepassano la soglia d’ingresso, arrivano con le macchine fotografiche e i loro badge, spesso ottenuti a caro prezzo, pensano di portare a casa la foto ricordo sul set della Dolce Vita, accanto alla sfinge di Cleopatra, magari di entrare in una Disneyworld del cinema e sentirsi Mastroianni o Liz Taylor per un giorno, e invece no. Invece trovano in un giorno di pioggia, i viali polverosi come quelli di un sanatorio, un’edilizia di capannoni e uffici, impalcature di tubi innocenti sparse qua e là.

Ha scritto Fellini, che ci viveva: “Qui c’è un’aria da avamposto sbaraccato, da complesso ospedaliero abbandonato a metà dei lavori, coi suoi pratacci incolti, le lunghe gobbe collinose, i fossati dove ristagna l’acqua oleosa con nugoli di moscerini frenetici. Sono montagne di legname infradiciato, tronconi di rotaie, torri di tubi arrugginite o semi affondate. L’erba cresce ovunque, come in un cimitero sconsacrato, dentro il muraglione, oltre il muro i palazzoni con milioni di finestre danno l’idea di un’armata di cemento che cinge d’assedio il decrepito luna park”. Ecco, non ci sarebbe altro da aggiungere. O forse il mio ricordo più tranciante legato a Cinecittà, quando in una notte bianca di un po’ d’anni fa, circa alle tre e mezza di notte, rimasi intrappolato, preda di un devastante disturbo intestinale, tra il vecchio set di Gangs of New York e la piscina dove si girano le pubblicità dei caffè e dei telefoni, dentro il bagno chimico più fetido mai visto in vita mia, mentre da fuori gli altoparlanti sparavano a palla colonne sonore di Rota e Morricone, a uso e consumo delle masse di romani nottambuli in visita gratuita nella cosiddetta “città dei sogni”.

Da qualche anno a questa parte Cinecittà è stata invasa dalla televisione. Lo Studio 5, il più celebrato di tutti i tempi, è un hangar gelido dentro cui si preparano gli show di Maria De Filippi. Sulla collina in fondo, con vista sul centro commerciale, c’è la casa del Grande Fratello, a ogni edizione più grande. Resiste, probabilmente, ancora la palazzina con in alto la scritta “Sculture”, seppure invasa dall’umidità e dalla pioggia come mi raccontarono una volta, dove alzi gli occhi e vedi il soffitto a cassettoni del Gattopardo le lampade di Salon Kitty, giri a destra ed ecco le statue egizie di Cleopatra il Cristo di Peppone e Don Camillo, il gong dell’Ultimo imperatore e milioni di oggetti un po’ sbrecciati, un po’ storti: un telefono bianco, una telescrivente da sottomarino, pezzi di storia del cinema e della memoria di ognuno. Viene in mente ancora lo stracitato Fellini, che la sua via Veneto volle farla ricostruire di cartone dentro l’hangar, giustificandosi: “Era in piano, mentre quella vera era in salita. Da quel momento è aumentata la mia insofferenza per l’autentica via Veneto, e per tutto l’inutile realismo della realtà”. E il cinema è una di quelle cose che stanno lì in mezzo, tra la desolazione della realtà e la meraviglia dei sogni che nonostante tutto riesce a produrre.

Luca Di Ciaccio • 17 marzo 2010


Previous Post

Next Post