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Viaggio Appadrepio. Pullman e mercanzie

Sulla provinciale pugliese accecata dal sole, dal grano, dalle pale eoliche, incrociando autobus di pellegrini e quasi avvertendo nelle orecchie un tintinnare di pentole, mi meraviglio che sui cartelli stradali non sia riportata l’indicazione canonica divenuta realtà geografica, il verbo fattosi carne e infine icona pop, e insomma a me pare quasi strano che la segnaletica indichi “San Giovanni Rotondo” e non “Padre Pio”. È infatti assodato che, specialmente per i meridionali, quando si parte in pellegrinaggio verso il santuario garganico si dica non tanto “andiamo a San Giovanni Rotondo”, e nemmeno un generico “andiamo al santuario”, ma semplicemente “andiamo a Padre Pio”, con una perfetta metonimia, anzi arrotando le parole in un unico suono duro e mistico: “appadrepio”. Uno cui il credente, ma addirittura anche il disgraziato capitato lì per caso, può supplicare come regolarsi dinanzi agli scricchiolii dell’esistenza, o più semplicemente della prostata.

Quando arrivo lì – è il sabato di Pasqua – lo faccio per raggiungere il mio amico Simone impegnato in un progetto fotografico sul turismo religioso. Già prima di arrivare in paese cominciano ad apparire le prime insegne alberghiere e turistiche: Albergo Gran Paradiso, Hotel degli Angeli, Hotel Villa Eden. Ad accogliermi, appena sceso dal pullman, un anfiteatro all’aperto di negozi che espongono, a prezzi più o meno modici, ogni mercanzia o souvenir possa desiderare il turista appena sbarcato, ansioso di vedere appiccicato il santissimo marchio su una tazzina da caffè, o una penna o un astuccio a forma di matitone o un soprammobile, ivi incluse statuette di ogni foggia e forma. Una specie di outlet della fede. I cui affari però non sembrano andare a gonfie vele: un cartello scritto a mano dall’associazione se la prende con quelli che criticano i negozianti di San Giovanni Rotondo in modo “poco etico”, con quelli che non si fermano a fare compere, con quelli che ignorano quante famiglie campano grazie all’indotto turistico. Siamo negozianti e persone come gli altri, scrivono. La crisi c’è, la coda di paglia pure, verrebbe da dire.

Recentemente mi era capitato di vedere un documentario di Current Tv, “Padre Pio Spa”, che illustrava la crisi economica di San Giovanni Rotondo. I turisti restano numerosi ma si fanno meno affari e molti alberghi chiudono. Si è esagerato troppo con gli investimenti, si è tolta l’attrattività, “si è persa l’atmosfera della spiritualità”. La deregulation all’ombra del santo esplosa negli anni dell’ultimo Giubileo non ha fatto bene. Tuttavia vedo qua e là ruspe al lavoro che ancora costruiscono alberghi, case, ville. Oggi San Giovanni Rotondo è uno dei principali poli turistici d’Italia: 9 milioni di visitatori l’anno, 132 bar, 110 ristoranti, 98 alberghi in una città di 27mila abitanti. Ma questo è l’indotto. Solo di suo, Padre Pio fattura almeno cento milioni di euro l’anno. Tra ospedale, giornali, libri, tv, aziende fornitrici. Comunque sia il Vaticano ha assunto il controllo della Padre Pio Spa al termine di una breve ma intensa guerra coi frati cappuccini, qualche anno fa. Fu lo stesso papa Wojtyla che lo aveva beatificato ad avocarne a sé, nel 2003, le spoglie e la memoria. Troppe cose lo avevano disturbato. La sala bingo benedetta dai frati. Il proliferare delle mercanzie, perfino dei tagliaunghie col volto del frate. Miliardi di lire di offerte per la nuova chiesa affidati a un discusso finanziere molisano poi andato in bancarotta. Il Papa affidò al vescovo di Manfredonia la gestione del santuario. Con un vasto mandato: via le luci al neon tipo Las Vegas; stop al chiasso continuo degli altoparlanti; le bancarelle lontano dalla chiesa; fuori mercato gadget tipo “il profumo di Padre Pio” (ma io l’ho visto ancora in vendita); attenta gestione delle offerte.

L’importante è non scordarsi la gratitudine: non c’è negozio, bar, supermercato, tabaccaio che non tenga in bella vista un santino dell’orco meridionale di Dio, con quegli occhi che isolati dal resto del volto mi è difficile non considerare cattivi, ma cattivi in un senso quasi cinematografico. Intorno alla metà degli anni Cinquanta, lo scrittore e giornalista Guido Piovene, nel corso del suo celebre “Viaggio in Italia”, colse nell’aria di San Giovanni Rotondo l’esatta misura di un fenomeno allora ancora in nuce: “S’assiste alla nascita di una città intorno alla fama di un uomo”, scrisse. Proprio così. Il corpo e il sangue di un uomo che assumono la forme di insediamento abitativo e turistico. Più recentemente qualcuno ha scritto che certi posti danno la sensazione di essere “luna park del sacro più che luoghi sacri”. Ma sappiamo anche che molto è negli occhi di chi guarda, che è una questione di atteggiamento. Ripenso a tutto questo mentre l’efficiente linea di autobus comunali ci porta verso il santuario, e nonostante il triduo pasquale ancora in corso induca a cupezze cattoliche, apostoliche, romane, in sottofondo l’autista mette certe canzoni che sembra di stare in un campeggio in riviera negli anni Ottanta.

[1. continua]

chiesesan giovanni rotondo

Luca Di Ciaccio • 7 aprile 2010


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