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Viaggio Appadrepio. Sarcofagi e canottiere non usate

La domenica mattina il centro di San Giovanni Rotondo si risveglia per lo struscio, come ogni borgo meridionale che si rispetti. Anziani con aria serafica da pastori, giovanotti in tiro come tronisti, capifamiglia col vassoio delle pastarelle in mano, ragazzine al pascolo, uno stonato coro parrocchiale che canta nella piazza le lodi a Gesù, un gruppetto di immigrati bengalesi davanti al negozio di “bigiotteria/internet”, un favoloso vecchietto vestito come Tony Manero, vigorose strette di mano per augurarsi buona Pasqua. Un bastardino ci si accuccia accanto, sotto l’ennesima statua di Padre Pio. La zona vecchia ha il sapore clerico-autoritario del tempo in cui fu costruita. Di turisti non se ne vedono, “quelli stanno sù” ci dicono, indicando con la mano la salita che porta al santuario, che nelle foto antiche è una stradina pietrosa e oggi è un viale costeggiato di alberghi e ristoranti. Il migliore miracolo sul curriculum del frate con le stigmate dev’essere proprio questo.

Lo rivedo nelle immagini d’epoca, a Padre Pio. La sua fisicità contadina, l’agitazione frenetica del corpo, la parlata popolana, gli occhi spiritati, tutto concorre a farne il simbolo di una religiosità che in altre epoca la Chiesa aveva considerato residuale. La morte del frate, nel settembre 1968, parve chiudere una stagione irrimediabilmente legata a un passato arcaico, preconciliare e premoderno. Ci si sbagliò, evidentemente. Troppo in fretta l’intellighenzia laica, nel corso del Novecento, ha diagnosticato il disincanto del mondo. Faccio un giro nel convento. Nelle teche, nelle celle, nei corridoi, tutto è conservato. Una sorta di “paganesimo della vita quotidiana”. Compresi i dettagli più sanguinolenti, ai limiti del feticismo. Beato chi crede senza vedere, diceva Gesù. Ma qui tutto è reliquia. E se non bastasse vedere, c’è la firma, il timbro e la vidimazione che ne attesta l’autenticità. Un chiodo della stanza di Padre Pio. Un pacchetto di caramelle di Padre Pio. Una pezzuola macchiata del sangue di Padre Pio. Una crosticina di pelle di Padre Pio. Firma, timbro e vidimazione. Una tazzina di caffè di Padre Pio. Una scatola di calcinacci della stanza di Padre Pio. Una canottiera “non usata” di Padre Pio. Firma, timbro e vidimazione. Tutto, compresa la cella del frate, è richiuso da lastre di plexiglas. Alle pareti è affisso un emblematico foglietto con su scritto: “Vietato inserire le foto nel plexiglas”, che spinge a interrogarci su questo strano fenomeno.

“Ove tutto è manifesto non vi è religione” recita un vecchio cartello sopra la porticina di una vecchia cella di clausura. La luce pomeridiana che filtra dalle finestre vira al nero sconforto. Mi sembra di rivivere certe terribili sensazioni dei pomeriggi d’infanzia trascorsi insieme alle prozie, in case simili a grottini, lunghissime ore trascorse a udire di malattie, di dispiaceri, di paracentesi e sempre di Padre Pio, agognato liberatore di sofferenze. Ma qui nel convento, e nelle vie adiacenti, non c’è angolo dove non spunti, oltre a qualche statua del santo dall’aria benedicente o soltanto minacciosa, un’immancabile cassetta delle offerte. Ce ne sono tantissime, regolarmente divise per causa: quelle per la chiesa nuova e quelle per la chiesa vecchia, quelle per l’ospedale e quelle per l’ospizio, quelle per i frati e quelle per le monache. Che io quasi resto con lo stesso sospetto che ho di fronte ai bidoni della raccolta differenziata: ma si metteranno davvero a separare o faranno un unico mucchio?

Devotamente leggiamo le didascalie alle pareti: Padre Pio venne a combattere il demonio e guarire gli infermi qui sul Gargano. A lungo contrastato, forse anche perseguitato dalla Chiesa, diventò santo per volere di Wojtyla e del popolo. Inviati del Vaticano furono più volte spediti a verificare accuse di mercimonio di indulgenze, risse tra frati per i denari delle offerte, donne più che devote e giornalisti a libro paga. Tutto ruota intorno alle stigmate che Padre Pio avrebbe avuto in vita. Da morto, gli sono subito scomparse. Perizie di ogni genere e illazioni su questo fenomeno soprannaturale per i credenti, truffa da baraccone per i non credenti, si rincorrono. La fortuna del Padre è variata, davvero, a ogni morte di Papa. Giovanni XXIII di lui scrisse: “Una contaminazione che da ben quarant’anni circa ha intaccato centinaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili”. E, dopo aver ordinato una nuova visita apostolica a San Giovanni Rotondo, il papa concluse che “purtroppo laggiù il P.P. si rivela un idolo di stoppa”.

Scendiamo giù nella vecchia cripta. Il frate è richiuso in una nuova bara, un cassettone d’argento traslucido. La gente passa, guarda, prega, indica ai bimbi “lì dentro c’è Padre Pio”, sta in silenzio. L’hanno richiuso, a Padre Pio. Un paio d’anni fa tornò sugli altari della cronaca proprio per la vicenda della riesumazione del cadavere. Lo sottoposero a un intervento di estetica con un volto nuovo di zecca per non far paura ai bambini e ipnotizzare i cretini. Riesumata la salma, fu fatta fare dagli specialisti del museo delle cere di Madame Tussauds una maschera di cera con le sembianze del santo. La performance che ne uscì, in effetti, fu eccezionale, degna di competere con certe opere di Cattelan, tipo il papa schiacciato dal meteorite o Kennedy nella bara senza scarpe e calzini. I giornali, specie quelli angolossassoni, furono piuttosto perplessi dal macabro spettacolo: la trasformazione di un essere umano, seppure un santo, in attrazione turistica. Mentre contemplo il sarcofago che pare ricoperto di pellicola Kuki rimango colpito dalla frase di papa Paolo VI scolpita su una targa di marmo, in cui incitava a seguire l’esempio del frate. “Guardate che fama ha avuto, guardate che clientela mondiale!” diceva il pontefice negli anni Settanta. Mi colpisce su tutte quella parola, forse non usata a caso: clientela.

Ripenso al mortuario monoscopio di Tele Radio Padre Pio, che nelle ore in cui il palinsesto diurno tace mostra in diretta l’inquadratura fissa della cripta dove riposa il santo. Simone si lamenta che scattare foto è più difficile di quanto si aspettasse: non c’è quella stessa atmosfera scaciata e turistica che si trova in certe chiese altrettanto frequentate dai turisti, da San Pietro in giù. Non si sentono gli squilli di telefonino che si sentono ormai pure ai funerali, non si vedono scatti ossessivi con le macchinette come si vedevano pure di fronte al Papa appena morto. Non si odono battute, risate, mamme che sgridano bambini. È come se Padre Pio incutesse un timore reverenziale, un rispetto impaurito. Come quando dal confessionale urlava ai peccatori, li spiazzava con misteriose rivelazioni, gli negava l’assoluzione dicendogli “vattin’!”. Forse al giorno d’oggi in Italia solo un santo miracolistico e incazzoso può far sì che bande di burini tengano spente le suonerie dei cellulari?

[2. continua]

chiesesan giovanni rotondo

Luca Di Ciaccio • 8 aprile 2010


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