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Viaggio Appadrepio. La chiesa nuova

Facciamo colazione in un “bar / articoli religiosi” in paese, tra bottiglie di amaro e crocifissi, bazooka giocattolo e statue del santo a dimensione naturale che paiono scrutarti il fondo della tazzina. La barista non esce, dobbiamo stanarla dal fondo del locale. È il ritratto della pena, ci serve un cappuccino con lentezza infinita. Sotto il santuario osserviamo il lungo porticato dove sono raggruppati ancora altri negozi di souvenir. È difficile fare foto, i negozianti stanno all’erta più dei fedeli, chiedono il perché e il percome degli scatti, se siamo giornalisti o cosa, anche qui ci pare di inciampare in una lunga coda di paglia. Da un lato i negozianti vogliono scrollarsi di dosso l’immagine di essere “mercanti nel tempio”, dall’altra stanno lì a ribadire che comunque pur essendolo hanno poco da guadagnare, vista la crisi dei pellegrini e la concorrenza di mille negozietti e bancarelle identiche a loro.

Ci soffermiamo, con tutto il compiacimento kitsch immaginabile, di fronte al matitone astuccio di Padre Pio versione pokemon per i bambini, alle ananas di ceramica tagliate a metà con la foto del frate incastonata nella polpa e la scritta “proteggimi”, ai cristalli a forma di elefante sempre col faccione dentro, alle boccettine col profumo del santo, e via così. Passeggiando in questa specie di outlet della religiosità ci chiediamo quanto, in fondo, sia legittimo usare le categorie “estetiche” del buon gusto e del cattivo gusto per le cose di fede. Cosa dovrebbe importare al devoto che spende 12 euro per l’ananas di ceramica di Padre Pio della sua corrispondenza ai canoni accertati di un’estetica borghese in confronto al valore di fede e di protezione mistica che lui attribuisce a quel santo, e tutto sommato anche a quell’ananas? È più o meno la stessa domanda che ci facciamo girovagando per la nuova enorme chiesa di San Pio, progettata da Renzo Piano e finita di costruire nel 2004, accanto al vecchio convento. Grande seimila metri quadri, capace di contenere migliaia di persone al suo interno e altre migliaia nello spiazzo esterno, seconda per grandezza in Italia solo al Duomo di Milano o a San Pietro. Una sorta di astronave misteriosamente atterrata nelle valli garganiche. La chiesa è progettata per la grandi masse, sembra di stare nella versione religiosa dell’auditorium romano, gli ingressi ricordano gli hangar di un palasport. La vocazione al “pubblico” sembra superare decisamente quella verso il “sacro”.

Così quello che salta all’occhio, tra l’enorme croce, gli ulivi piantati nella spianata di pietra bianca, gli archi di legno e le colonne, è l’enormità di uno spazio vuoto. È una chiesa fatta per i grandi eventi, le grandi masse, i grandi pellegrinaggi. Che però non ci sono quasi mai, viene da pensare, mentre ci avventuriamo in una lunga traversata alla ricerca di un bagno e invece ci imbattiamo in una cripta tutta rivestita di oro. Lì dentro dovrebbe traslocare la salma di Padre Pio, se non fosse che i più devoti si sono opposti, qualcuno ha tirato fuori anche una storia di simbologie massoniche, e insomma il corpo del santo per ora è rimasto dov’è sempre stato nella sua vecchia cripta, un posto dove perlomeno si avverte anche l’odore della storia oltre che il luccichio del metallo prezioso. Va detto: oro a profusione, impressionante, accecante, un accumulo tale da sfamare un paio di stati africani particolarmente inguaiati.

Eppure ci torna in mente quello che disse quel frate al perpesso cronista di Current Tv: “Non si può ragionare solo in termini di spreco, anche questo è un modo per rendere gloria al Signore e un suo santo che ha vissuto sempre in povertà. Altrimenti non avremmo mai avuto Giotto, Michelangelo, le cattedrali, la Cappella Sistina? Fanno tutti gli indignati poi entrano qui e restano a bocca aperta!”. E di nuovo siamo nella stessa spirale: il contenitore conta più del contenuto? La fede condona il cattivo gusto, o perlomeno lo spreco? Si tratta solo di una questione di codici, per cui quello che a noi sembra desolazione agli occhi degli altri è solo pace? Nel frattempo continuiamo a cercare il bagno e prima di arrivarci troviamo anche l’area ristoro, con le panche dove i pellegrini possono fare pic-nic, sedersi e mangiare. Non so chi aveva detto che gli autogrill sono le chiese della modernità, forse non aveva immaginato il viceversa.

Intanto si celebra la Pasqua. Oggi risorge, dicono. Osservando i rituali della settimana santa, della Pasqua che nella fede è morte e resurrezione, poi si capisce che nel cristianesimo i gesti sono tutto, o quasi tutto. L’innalzamento dell’ostia, del calice, la consacrazione del pane, la genuflessione. Nella storia della Chiesa, ho letto, non era mai successo che le piaghe cristiche si iscrivessero sul corpo di un ministro di Dio. Uno, insomma, a cui toccava dire messa. Che raccontava, vero o no che sia stato, di un Dio che lo faceva soffrire e di un Diavolo che lo prendeva a botte. Deve essere da quelle parti il nocciolo di una religione come quella cattolica: credere in qualcuno che si carichi su di sé le pene del mondo, quando quello che si desidera è soltanto che qualcuno si prenda le tue.

[3. continua]

chiesesan giovanni rotondo

Luca Di Ciaccio • 9 aprile 2010


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