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Viaggio Appadrepio. Facce di carne e di bronzo

Stanchi dalla lunga via crucis, al termine di una lunga salita all’ombra degli alberi, i pellegrini divisi in gruppi poggiano al muro le croci di legno, intonano l’ultimo canto e poi poggiano guancia e orecchia sull’altare di marmo, lì all’aria aperta. Si sente qualcosa? Fanno no con la testa, alzano gli occhi al cielo, qualcuno si convince che forse si, in effetti delle voci pare di udirle. L’altare “delle voci” è uno dei misteri, sempre sul filo tra fede e superstizione, di questo posto.

Da qui il panorama è superbo. La valle garganica, il vecchio convento e la chiesa nuova e, ancora più in alto, il massiccio ospedale. La Casa del Sollievo e della Sofferenza. Una struttura d’ospedaliera d’eccellenza nel mezzo delle carenze meridionali. E nel mezzo del regno del santo guaritore. Di cui rimane, in mezzo a fanatismi e chincaglierie, anche questo: un fraticello di campagna che tutti consideravano ignorante, e la cui fama di santità riposava su una fama di guaritore a colpi di miracoli, propiziò l’arrivo nel Gargano di un esercito di medici e scienziati. Santini e bisturi. Chissà cosa ne direbbe Agostino Gemelli, il prete illuminista milanese che fondò l’università Cattolica per dare dignità moderna alla fede cristiana e considerava quel frate che parlava di diavoli in dialetto campano il simbolo della fede medievale del Sud, il quale è oggi assai meno popolare e sicuramente miracoli non ne ha mai fatti. Invece noialtri abbiamo bisogno di semplificazioni ricorrenti, abbiamo bisogno di miracoli anche apparenti. La storia italiana sta lì a dimostrarlo, sullo stesso palcoscenico dove le credenze private si confondono con le esperienze pubbliche, e Padre Pio e lì, testimonial ignaro e imperterrito, a certificare la qualità della miscela.

Padre Pio – dal 2002 San Pio da Petralcina – è divenuto una sorta di protettore della nazione. E beato chi gli crede. Dei malati, degli automobilisti, dei superstiziosi. L’idolo di una pietà degli umili e dei derelitti, ma anche dei faccendieri e dei mafiosi. Generazioni tanto devote quanto perdute. Devotissimi a Padre Pio sono gli uomini e le donne dello spettacolo, che ne parlano sui rotocalchi popolari. Nella cornice della grande foto della famiglia Berlusconi nel salotto della villa di Arcore è infilata un’immagine di Padre Pio. Un santino di Padre Pio è sull’altare laico eretto in quella piazza genovese in memoria di Carlo Giuliani, il giovane manifestante noglobal ucciso dalla polizia. A sentire molte testimonianze, la frequenza con cui Padre Pio compare nei sogni è impressionante. I motivi di tanta devozione sono evidenti. Le guarigioni. La paura. Soprattutto i suoi fedeli lo considerano il padrone della sorte. Padre Pio è invocato contro la sfortuna più ancora che contro la malattia. Storie quotidiane, a volte normali: una colica renale sparita d’incanto, un’emicrania cronica guarita all’improvviso. Aldo Cazzullo in un suo libro raccontava una volta di aver parlato con un devoto di Bari il quale gli assicurava che per intercessione di Padre Pio ogni 5 dicembre, giorno di San Nicola, vinceva un terno al lotto. Un anno Padre Pio gli aveva anche guarito la suocera e lui ne sembrava – annotò il cronista – sinceramente rallegrato. A San Giovanni Rotondo non ci sono, come a Lourdes, bureau des constatations, uffici preposti alla certificazione medica del “miracolo”. Ci si autocertifica e ci si abbuona. Presso la tomba del santo, dietro sportelli da ufficio postale, alcuni funzionari del culto, chierici o laici, organizzano la burocrazia dell’intercessione: messe, novene, lettere prestampate, domande di grazia.

Probabilmente, storie come quella di Padre Pio non si capiscono senza tenere a mente una cosa che giudiziosamente scrisse Ignazio Silone: i sindacati non bastano per fare a meno dei santi. Perché “la povera gente è sempre in paura”. La malattia, l’alluvione, la guerra stanno sempre in agguato, e non c’è tutela sindacale che tenga, “non si sta mica più sicuri di prima, la paura è rimasta”. Soprattutto fra gli umili il progresso materiale non ha placato il bisogno spirituale di rassicurazione, di protezione. Avevo letto, nei giorni scorsi, l’ottimo saggio dello storico Sergio Luzzatto su “Padre Pio, miracoli e politica nell’Italia del Novecento”, pubblicato da Einaudi. Esso inserisce a pieno titolo la biografia di Padre Pio nella storia viva di un’Italia sempre sospesa tra arcaismo e modernità. Gli anni della nascita del culto a tratti isterico verso il frate, gli stessi in cui emergeva l’alleanza clericofascista, il disgusto per qualsiasi concezione progressiva del mondo e della storia, l’ossesione per i nemici da cui guardarsi, un forte bisogno di credere, bienni rossi e poi nerissimi in cui, nelle classifiche dei libri più venduti in un paese di analfabeti, svettavano commercialissime “Storie di Cristo” e licenziosi romanzi sulla “Cocaina”.

E oggi? Mi fermo un’ultima volta a guardare la statua di Padre Pio all’ingresso della chiesa vecchia presso cui si accalcano i visitatori, i quali la toccano, la carezzano, la baciano su piedi e mani, in una strana fusione di carne e bronzo. Sotto, scolpita nel marmo, una frase attribuita al santo: “Ognuno può dire Padre Pio è mio”. Frase che, a un primo sguardo, mi sembra troppo preveggente, troppo postmoderna per essere vera. Forse è proprio la “modernità” di Padre Pio, la mancanza di una sedimentazione storica attorno alla sua figura, a renderlo così controverso agli occhi di molti, compresi molti cattolici che giudicano tale “fenomeno” con eloquenti alzate di sopracciglio. Intanto lui è lì. Curvo, benedicente, inconfondibile. Padre Pio, ostinato, caparbio, pronto a spuntare ovunque con la sua effige, in città e case e province, resistente come nessuno allo sterminio dei luoghi. Crollano i paesi antichi, il cemento e la televisione coprono le vecchie solidarietà, la gente s’inferosisce, gli inverni si riempiono di piogge tropicali, gli dei sconfitti si danno alla macchia, ma Padre Pio rimane, viene veloce come il vento a occupare il vuoto della memoria.

Ci sediamo su un muretto a osservare il rado viavai di persone, molte anziane. Il loro è turismo? È pellegrinaggio? È fede, oppure curiosità, desiderio di miracoli o di souvenir? I pellegrinaggi, come il turismo nelle destinazioni di massa, spesso assomigliano a una recita, a una serie di gesti prevedibili in anticipo. Ma, in fondo, chi siamo noi per giudicare? Per quanto cinici e disillusi possiamo essere ci riesce difficile sminuire la fede, l’innocenza di queste persone che vengono appadrepio. E in molti di loro percepiamo discrezione, quasi un lieve imbarazzo di fronte a questa esplosione architettonica di sagrati lunari e parcheggi senza macchine. Padre Pio, con la sua aria contadina e furba, col suo suscitare, almeno in vita, reazioni opposte, santo per alcuni, pataccaro per altri, è davvero il Cristo italiano, non c’è che dire. Curzio Malaparte lo invocava nel 1917, tra i reduci di Caporetto, un terribile “Cristo italiano”, “una specia di santone o di frataccio barbuto”, ricco di “cicatrici e medagliette” che realizzasse la nemesi “dell’Italia vera, dell’Italia campagnola e popolaresca, antica, cattolica, antimoderna”, sugli “italianucci” assetati di eguaglianza e di vigliaccheria, di sonno e di parentele, di “coiti contro natura” e di “natiche grasse sul viso”. Lasciamo perdere che Malaparte non ebbe nemmeno bisogno di precisare che poi lui si sarebbe riferito a Mussolini. Andiamo a domire lo stesso inquieti, con santi paesani e vendicatori, pronti a inseguirci nei sogni peggio di qualunque scadente fiction televisiva.

[4. fine]

chiesesan giovanni rotondo

Luca Di Ciaccio • 10 aprile 2010


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