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Discariche

Quando scartiamo i giornali dalla confezione fatta di cellophan, o i funghi champignon dal vassoio di polistirolo, se ci puliamo le orecchie coi cotton fioc o ci spruzziamo addosso il deodorante, noi facciamo la spazzatura. Praticamente ogni azione dell’uomo e della donna nella società produce spazzatura. I migliori tra noi la differenziano. Vetro e plastica, carta e cartone, qualcuno addirittura divide le cose secche dalle cose umide. Poco importa che fino a un istante prima di diventare spazzatura, fossero oggetti utili, o persino idolatrati. Anche un iPod o un sandalo di Prada diventano disgustosi una volta che siano stati declassati a spazzatura. Poco importa pure che quote di spazzatura termovalorizzata o riciclata diventino qualcosa d’altro, con nuove e allegre funzionalità.

La spazzatura resta il rumore di fondo della nostra epoca. Un accumulo di oggetti e desideri, segni scaduti e rinnovati. Masticazione del mondo che ci mastica. Ti trovi per sbaglio di fronte a una discarica, e inevitabilmente ti ritrovi a spalancare gli occhi come Brian in “Underworld” di Don DeLillo, in una visione che ha il potere della rivelazione: “Brian scese dalla macchina e si arrampicò su un argine terroso. Il vento era abbastanza freddo da fargli lacrimare gli occhi mentre guardava al di là di uno stretto specchio d’acqua verso un’altura a terrazza, sull’altra sponda. Era bruno-rossastra, appiattita in cima, monumentale, illuminata in vetta dalla fiammata del tramonto, e Brian pensò che fosse l’allucinazione di uno quei cocuzzoli isolati dell’Arizona. invece era reale, ed era creata dall’uomo, spazzata dal volo roteante dei gabbiani”. Orrore e fascinazione. Residuo di tutte le storie già vissute, ma anche punto di partenza per altrettante da vivere. In discariche infinitamente più piccole, i cassonetti domestici, si potrebbero trovare i fili narrativi e i loro proprietari, respirare olezzi e storie, cibi avariati e tradimenti, scarti della vita. Dicono che, ad occhio nudo, dallo spazio, fino a qualche anno fa si riuscissero a distinguere sulla Terra sopratutto due opere dell’uomo. La prima è la Grande Muraglia cinese. Come una linea sottile, incerta. La seconda era Staten Island, vicino New York, la più grande discarica a cielo aperto del mondo. Come una macchia dai contorni irregolari. Ma bisogna stare attenti, nello spazio: girano immondizie anche lì, detriti e rottami di satelliti che roteano come ossessi attorno all’atmosfera.

Per Calvino, che nelle sue “Città invisibili” allestì pure Leonia, “la città che rifà se stessa tutti i giorni” e che “più espelle roba e più ne accumula”, il futuro non è in una pianta ma nella montagna di rifiuti che ci franerà addosso, e franando cancellerà tutto. Come in certe megalopoli del sud del mondo, nelle loro periferie intossicate da reportage in bianco e nero, tra barboni e cani randagi. Com’è successo nella Napoli di un paio d’anni fa, lì i rifiuti poi sparirono grazie all’intervento governativo e solo pochi ficcanaso si chiesero in quali tasche fossero andati a finire. I rottami si accomodano intorno a noi, alle nostre città colme di vuoto e di merci, agli assedi perpetui, alle notti insonni. La spazzatura è un guaio perché noi vorremmo che non ci fosse. Noi saremmo ben lieti di non doverci occupare dei resti, di ciò che ci lasciamo alle spalle. Rimandare la catastrofe almeno un po’. C’è di peggio in giro, come diceva quell’immortale battuta dei Profilax quando doppiavano un episodio di “Beverly Hills 90210” infarcendolo di volgarità: “Ah, c’è sempre qualcosa de peggio, basta che vai a cerca’ nella discarica de Malagrotta sotto a ‘na montagna de merda, qualcosa de peggio trovi”.

cimiteri

Luca Di Ciaccio • 20 aprile 2010


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