Ludik

un blog

Sacre lenzuola

Da lontano, incedendo in fila indiana e a passo lento nel Duomo di Torino, la Sindone (straordinario oggetto, veneranda icona cristica, pezzo di stoffa palesemente affascinante, tuttavia con l’indubbio difetto di essere fatta proprio a forma di reliquia medievale) mi appare come fosse uno schermo al plasma, di quelli ad altissima definizione e numerazione scapestrata, tipo sediciquinti o quattrottavi o novedecimi, tecnologie degne della proiezione di un Avatar o di una promozione da megastore di elettrodomestici alla vigilia dei Mondiali.

L’enorme teca di vetro e acciaio, al centro dell’altare maggiore, con un paio di carabinieri coi pennacchi ai lati, mostra l’immagine di un uomo martoriato e crocifisso, che in effetti sembra corrispondere a quello dei Vangeli. La storia è complicata: tra saccheggi e trafugamenti, templari e Savoia, cavalieri devoti e crociati bizantini, arche di Noè e conventi che prendono fuoco, e poi reliquie, tantissime reliquie. Nel Medioevo, appunto, ne circolavano a bizzeffe, con vette esilaranti di assurdità, tipo decine e decine di dita di San Pietro, schegge della croce, santi prepuzi, teschi dei santi da bambino.

Scopro che la Chiesa cattolica distingue tre tipi di reliquia, in base alla loro preziosità. La “prima classe” comprende oggetti direttamente associati alla vita di Cristo o resti sacri di santi. La “seconda classe” comprende oggetti che il santo ha indossato. La “terza classe” comprende qualsiasi oggetto rientra qualsiasi oggetto entrato in contatto con reliquie di prima, vale anche lo strofinamento semplice. C’è sicuramente una forma di empatia in tutto ciò, ma pure molto feticismo. Comunque sia la Sindone sarebbe roba di prima classe, il sacro drappo del santo sepolcro, sebbene il Vaticano la definisca un’icona, non una reliquia. Significa che non la vede come un resto corporeo di una vita santa, ma come un’immagine. Due settimana fa, a Torino, il Papa ha fatto una raffinatissima riflessione sul valore della Sindone come simbolo del Sabato Santo, del “nascondimento di Dio”, di una “terra di nessuno”. Di più: “E’ un’icona che interpella, in tutta la sua attualità, l’umanità oscurata dalle guerre, dalle violenze, e in particolare dagli orrori del secolo scorso”. Poi, però la Utet gli ha regalato “Sindone”, così descritta: “opera, di grande formato (38×42 centimetri), a tiratura limitata e numerata unica al mondo (499 esemplari in numeri arabi, 80 in numeri romani, 20 hc fuori commercio), contiene immagini della Sindone realizzate per la prima volta ad altissima risoluzione da Haltadefinizione (Hal9000)”. E il nascondimento di Dio andò a farsi benedire.

Nelle vie adiacenti al Duomo di Torino dei manifestini pubblicitari fuori dalle edicole annunciano la vendita di speciali occhialini cartonati 3D modello Sindone, e lo slogan ci tiene a specificare: “Il pellegrino che osserva la Sindone con l’aiuto di lenti supplementari, binocoli o altri strumenti ottici non commette reato alcuno ai fini i legge”. Ai fini di legge, si badi bene. Mi diletto leggendo di teorie del complotto. Pare che l’esame al carbonio 14 del 1988 che avrebbe datato la sindone al 1300 circa sia stato falsificato da una cricca di scienziati angloamericani massoni. Altra ipotesi è che la stessa Chiesa avrebbe lasciato credere che la Sindone fosse un falso medioevale per evitare il rischio che qualcuno provasse a clonare Gesù Cristo. E magari scoprire che assomigliava meno a un hippie capellone e più a un tarchiato palestinese dalla carnagione olivastra. Ci avviamo all’uscita, mentre la teca col sacro lenzuolo letteralmente si rimpicciolisce alle nostre spalle. E’ una questione di fede, come leggo negli occhi della mia amica dalle conclamate attitudini cattoliche.

chiesesindonetorino

Luca Di Ciaccio • 14 maggio 2010


Previous Post

Next Post