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L’anno del vulcano

Nell’anno del vulcano non ci fu la primavera. Si passò da un inverno tosto a un inverno debole poi all’autunno. Nell’anno del vulcano ci furono ceneri che non ci facevano volare e pneumatici lisci su cui niente faceva presa. I tifosi di certe squadre cominciarono a tifare per la loro sconfitta, gli alleati di certi governi presero a lavorare per la loro stessa caduta, i preti lasciavano trascinare i loro altari nella polvere degli scandali e dei sondaggi, le televisioni cambiavano nomi e frequenze sui decoder ai loro canali tutti uguali apposta per perdere ascolto. Nei bar si aspettava l’anticlone delle Azzorre, o qualsiasi cosa che avesse garantito ancora lo status quo, con aria disillusa.

Oscure profezie si autoavveravano. Nessuno ci fece caso, poiché nei tempi precedenti avevano già acceso davanti agli schermi delle nostre menti allarmi di tutti i colori. Qualcuno sostiene che ci fu pure la neve a latitudini inedite quell’anno, ma già nessuno se ne ricordava più. Qualcun’altro tentò di convicerci che alla fine arrivò pure un’estate coi controfiocchi, ma tutti sostenevano che dormivano o erano proprio svenuti per ricordarsene. Nello stomaco i succhi gastrici aggredivano piatti di fave e pane azzimo, era d’uso poi staccare coi denti le fialette di enterogermina come fossero cianuro. Osservavamo gli ombrelloni chiusi, le braci spente, i discorsi a lenta combustione.

Nessuno aveva ancora avuto il coraggio di fare il cambio di stagione nell’armadio. Il sole restò freddo dietro le nuvole, e nessuno per inerzia o per comodità osò immaginare cosa si celasse dietro quel velo. Le case cominciarono a rompersi lentamente, i rubinetti non funzionavano, le caldaie cigolavano, i tubi si rompevano, i cessi si otturavano. E ci faceva rabbia, sotto questo cielo debole, non essere nemmeno in una lista politica-immobiliare romana, almeno per ottenere un pronto intervento di un idraulico a prezzo scontato. Riascoltavamo una canzone dell’inverno mai finito che diceva “Non capisci che ci ucciderà questo nostro esistere a metà”. La radio tossiva e il telefono segnalò un nuovo messaggio: “Quanti giorni sono passati, quanti mesi, quanti anni dall’ultima volta?”. Nell’anno del vulcano c’era di buono, forse, che le giornate erano lunghissime.

Luca Di Ciaccio • 19 maggio 2010


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