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Azzurro tenebra

Per un po’, lungo il penoso sgocciolare dei minuti, ci avevo pure creduto, perfino sperato: magari potremmo battere ogni record di indecenza, passare agli ottavi senza avere mai azzardato un tiro in porta, al limite pure con la monetina, e da lì in poi – chissà – vincere i mondiali senza fare mai gol. E’ la meravigliosa consapevolezza di essere scarsi, fino a quando si va a sbattere. Come certi esami all’università, nell’estate torrida, ansimando inutili ventate dalla finestra, cercando di studiare in tre giorni quello che non si è voluto o saputo fare nei tre mesi precedenti. Prima dell’inizio, temendo già la fine ingloriosa, il mio amico Peppuccio lo aveva solennemente dichiarato, a scanso di equivoci: “Pur venendo da una cultura che ha sempre diffidato dai valori patriottici e che più volte ha maltrattato gli italiani dipingendoli come un popolo di egoisti, rincoglioniti o incivili, non riesce a non riuscirà mai a tifare contro la Nazionale. Chi lo fa è solamente un cretino”.

Condivisioni e strette di mano. A malincuore. Poi nel gruppo d’ascolto stavolta in sede d’ufficio sguardi abbacinati, sbuffi, imprecazioni andate a vuoto, recriminazioni, malessere fisico. Nemmeno lo spirito profondamente masochista del tifoso degli azzurri, avido di strazianti agonie per poi meglio assaporare l’estasi di inaspettate vittorie, riesce a trovare una soglia di tolleranza in questo strazio. Non l’hanno scritto già troppe volte che la Nazionale è lo specchio del Paese? Il guaio è che non l’hanno mai tolto dalla parete. Azzardiamo ultimo allenamento sulle metafore giornalistiche. Se Italia vince è da ritenersi simbolo di nazione operosa che trova sempre il modo di cavarsi fuori dai guai, che compensa il suo deficit tecnico con cuore e inventiva, e al massimo un po’ di culo. Se Italia perde è da classificare come simbolo di nazione pigra e involuta, che vive di antichi blasoni e non punta mai su ricambio generazionale, preferisce fedeltà a talento. L’ultima eliminazione della Nazionale al primo turno risale al ’74, mondiali di Germania.

I più colti ricordano che da quella spedizione scalognata almeno ne uscì fuori un grande romanzo. Titolo: “Azzurro tenebra”. Autore: Giovanni Arpino. Una storia in cui giocatori, tecnici, giornalisti, tifosi, emigrati formano una sorta di coro da tragedia grega per l’Italia buttata fuori a pedate dal mondiale. Un mondo colto nell’istante del passaggio decisivo: quando dall’azzurro si vira verso il buio. Come negli ultimi secondi del recupero, quando passi dalla speranza alla disperazione, capisci che non arriveranno eroi a raddrizzare la baracca, semplicemente non ce ne sono, non c’è più niente da fare. Un “tramonto viperino” all’inizio, “spazi ridenti tra le nuvole” alle fine. “Il ricordo comincia con la cicatrice”. E’ sempre sull’anima che bisogna giocare, scriveva. E’ stata la Nazionale forse più brutta di sempre, come giocatori d’azzardo che passano nel giro di una mano dall’en plein alla debacle, sebbene la Peroni non stamperà mai bottiglie commemorative di questa annata 2010 comunque sia è un’impresa di quelle storiche, no? Dopo il fischio finale trovo asilo nella bottega del barbiere di fronte. “Se non ci segnavano quel gol di merda…”. “L’ultimo lo segnavo anch’io…”. Ironici, rassegnati, poco tristi, non ci viene nemmeno voglia di imbastire uno psicodramma. Barba, capelli e shampoo.

mondiali2010

Luca Di Ciaccio • 25 giugno 2010


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