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Ballando con i neon

Ballano tutti, anche senza aver studiato, all’ombra benedicente di una grande croce di neon blu. Donne non giovani non belle, padri di famiglia, adoloscenti annoiati impegnati in un trenino, bambini urlanti, extracomunitari appassionati di salsa, signore badanti in compagnia dei loro badati, ragazzi di periferia che sciamano verso i ritmi ripetitivi della house, accoppiamenti di femmine basse e acchittate con uomini alti e trasandati. Le cinque terrazze magicamente spuntate sul tetto dei cinque hangar, rimasti come sale da ballo posticce e incustodite, si espandono di vita e di decibel nella periferia a sud di Roma, in un afoso sabato di luglio, nella pianura riempita da negozi e centri commerciali di prezzatura economica, perfino nel cielo solcato da aerei a bassissima quota in atterraggio al vicino aeroporto, pure low cost, di Ciampino.

Sull’insegna c’è scritto: “Palacavicchi – discoteca, ortofrutta, centro commerciale”. Attività collegate: ristoranti “Pappa e Ciccia”, “I Gabbiani”, “Alta Quota”, pasticceria Nonna Maria, sala bingo e scommesse sportive, mercatino antiquariato, mercato ortofrutticolo, parco giochi per bambini, affitto sale anche per incontri elettorali. Generi musicali danzanti: salsa, commerciale, house, hip hop, liscio, poi salsa e ancora salsa. Non volgare, non di moda. Non da febbre del sabato sera anni Settanta, non da rimorchio da bere anni Ottanta, non da rave sballato di anni Novanta. Ci si tiene leggeri: una pizza, una coca cola, un’acqua minerale, per poi ballare. Sembrano conoscersi tutti, ti aspetteresti di veder spuntare Milly Carlucci coi suoi ballerini televisivi da dietro un angolo, invece stai lì ad aspettare le pizze, con due ore di ritardo.

Non ci sono cubiste. Nella commerciale si fa il trenino. Nella house circolano bimbi già annoiati. Verso mezzanotte alcuni uomini si allontanano dalle loro moglie, in cerca di un angolo appartato in cui telefonare, e uno si chiede a chi mai telefonino a quell’ora. Molti volteggiano a ritmo di salsa senza urtarsi mai. C’è una giusta atmosfera torbida, roba da coltelli, cocaina e Caraibi. Mi spiega un amico, se tu avvicini qualcuno al bancone del bar, quanto ci metti prima di poter appoggiare le mani su una parte qualsiasi del suo corpo? Ore, giorni, settimane. Nella salsa, la prima cosa da fare è abbracciarsi. Tra sconosciuti imbarazzati e tranquillamente imbranati, come siamo tutti noi. E poi i balli hanno delle regole inderogabili, anzi, i balli sono regole messe in musica. Gli uomini invitano le donne, e guidano i passi che si susseguono secondo ferree coreografie. Poco più in là, al Palacavicchi, il sancta sanctorum è il capannone del liscio, per entrare occorre pagare un supplemento, i ballerini vecchio stile se ne stanno chiusi nella loro balera d’avorio, poi escono e si mischiano sorridenti con il popolo che balla la salsa. La cosa grave è che io, in verità, non so ballare la salsa. Sono in un locale dove si balla salsa e tutto ciò che so fare col mio bacino è poggiarlo su una sedia e scofanarsi una pizza. Tutto attorno, un pezzo di Emilia Romagna trapiantato nella periferia romana. Un’enorme croce di led blu campeggia all’orizzonte. Mi affaccio e mi aspetterei di vedere il mare, invece c’è il parcheggio.

Luca Di Ciaccio • 22 luglio 2010


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