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Trecento scalini e cento pali

Sul pedalò, dove il mare era una tavola blu, vedevamo da lontano gli ombrelloni oni oni, e in effetti anche qualcos’altro di strano. Appena svoltato il promontorio con la vecchia torre che a suo tempo aveva egregiamente fatto la guardia contro li turchi, mia zia cominciò lanciando un urletto, e tutti gli adulti sulla scalcagnata imbarcazione a pedali sapevano cos’era. “Uh maronn’, ma quelli lì sulla spiagga stanno tutti spogliati. Che schifooo!”. La visione tuttavia era ancora sfocata, e pedalare nell’acqua salata era arduo lì dove la corrente cominciava a concentrare in un unico vortice le cicche e i mozziconi di sigaretta di mezzo litorale sudpontino. Mia zia arricciava gli occhi, ridacchiava e non c’era verso di calmarla: “Uh, che schifo! Mannaggia, mi sono dimenticata gli occhiali sotto l’ombrellone! Jamm’, avvicinati che non vedo bene!”. Io ero piccolo, ignaro di questo, ignaro di tutto, però in effetti bisognava dire che quei signori e quelle signore lì, sulla spiaggia proibita e lontana, stavano in effetti serenamente nudi, come se nulla fosse. Parecchi anni e parecchi castelli di sabbia dopo mi resi conto che in effetti l’atteggiamento di tanti miei compaesani verso quel pezzo di spiaggia sarebbe sempre stato tutto sommato assai simile a quello di mia zia quella mattina sul pedalò: tutto un “che schifo!” e “avvicinati che non vedo bene!”, “che schifo” e “avvicinati ancora un po’”.

Il fatto è che per anni, anzi per decenni, i frequentatori di quel tratto di spiaggia dell’Arenauta, fuori Gaeta, dove la costa si impenna e diventa roccia, hanno nutrito l’immaginario del paesone gaetano, che fossero hippies un po’ fattoni, stupefacenti nordiche, cacciatori di sesso libero tra le dune, gay allora soltanto chiamati ricchioni, ravers dall’aria anarchica, campeggiatori irrequieti, coattoni o marchette. Come due mondi che non si conoscono e non sono interessati a capirsi, a volte ostili. Nessuno o quasi ricorda, o ha voglia di ricordare, di quell’estate di oltre trent’anni fa, quando a Sperlonga la gente del posto, anche adulti e padri di famiglia, organizzò una sanguinosa spedizione punitiva contro un gruppo di ragazzi e ragazze nudisti, che aveva l’abitudine di radunarsi in una spiaggetta da quelle parti. Morì anche un ragazzo, morì per le botte e lo sapevano tutti, anche se dissero che era morto di eroina. Non era ancora la Sperlonga chic e rispettabile che ammiriamo oggi, piuttosto un paesino medievale appena miracolato dal passaggio della statale Flacca. Fu anche così che i pochi naturisti e freakettoni superstiti trovarono rifugio nella più impervia delle spiagge gaetane, tra le Scissure e l’Arenauta, raggiungendo quell’indifferenza degli indigeni che talvolta può essere già un piccolo merito.

Un po’ d’anni più tardi, dopo la maturità, scapicollandoci per i famigerati trecento scalini che scendono giù, dove portare gli amici che chiedono giustamente di vedere la spiaggia più bella di Gaeta, guardo il mare solcato da pochi pedalò e da sempre più yacht di grosso calibro, e forse le stesse identiche cicche di sigarette, se non peggio, al largo. Avanti e indietro sulla Flacca un favoloso parcheggiatore impomatato e cotto dal sole, Renato, ci aveva portati dal parcheggio alla discesa a mare, sulla sua Punto bianca da battaglia, raccontandoci di vip italiani e amanti venezuelane, e lasciandoci a destinazione con una spericolata inversione ad U. Il fulgore della natura, dischiuso sotto le ripide rocce quasi a picco sul mare, è ormai solo un interludio su una spiaggia che per il resto è stata tutta sacrificata ad orridi albergoni cementizi, bungalow spuntati come funghi sul costone, sbancamenti per provvidenziali discese d’auto, spiagge libere diventate stipati contenitori di ombrelloni a pagamento, e pure a caro prezzo. Quest’angolo pare resistere, eroicamente e senza fronzoli. Anche qui prima di entrare in spiaggia tocca versare l’obolo, appena pochi euri però. Mi guardo attorno: per essere la Sodoma e Gomorra di Gaeta mi pare niente di che.

Chi la vuole recintare, chi disinfettare col napalm, chi dare ai naturisti, chi privatizzare. Ci sono giovani e vecchi, costumati e non, qualche topless, un po’ di tende da campeggio, qualcuno la propria se l’è addobbata manco fosse Gheddafi, qualche pomiciata in ordine sparso sui lettini senza distinzione di sesso, un’amaca sotto le rocce, l’uomo del cocco-bello-dell’ammore, passeggiatori tra le dune, e tutta la dolce pigrizia del sempre più spiantato turismo italico. Niente di sconvolgente. Incredibile invece il campionario di rifiuti: sacchetti neri, cartacce, penne bic, lische di pesce, una lavatrice, tampax e qualche hatù, ossi di seppia e bidet, persino insabbiato fino al polo nord un vecchio mappamondo. Di cestini e appositi contenitori neanche l’ombra: i rifiuti si ammucchiano, sperando magari che la sabbia li ricopra, come un alito di provvidenza. Nel frattempo si capisce che ognuno se la prende con qualcun altro, senza la voglia di risolvere il problema: il Comune che non provvede, i turisti che si comportano da incivili, gli operatori balneari che non fanno il loro dovere, lo stabilimento con discesa a mare che rifiuta di far scendere la nettezza urbana per caricare i rifiuti degli altri, eccetera eccetera. Nonostante tutto si sta bene. Più tranquilli e in pace che su altre spiagge dal sapore più “popolare”.

L’oggettiva difficoltà di accesso e l’esagerata fama da lupanare contribuiscono a tenere lontano il classico turismo “familiare”, sempre disposto a protestare contro i nudisti perché “ci sono i bambini” (i quali bambini, come è ovvio, se ne fregano: ma è tipico degli adulti attribuire ai bambini i propri complessi). L’oggettiva noncuranza dei gestori del posto, poi, permette che non si crei un turismo naturista e camperista davvero civile e pulito come potrebbe benissimo essere. Cerco di scovare almeno qualcosa di greve, chessò, un pompino en plen air, per accontentare i feroci fustigatori, invece niente, nemmeno il gusto di poter dire che in fondo sarebbe stato meno grave e definitivo di uno qualsiasi degli obbrobri edilizi nei pressii. Nessun pretore o amministratore si è mai sognato di denunciare il Summit Hotel per oltraggio al pubblico pudore, per dire. Accompagno un’amica a comprare un gelato, nel lido più curato e in fiore delle Scissure, ci guardano con noncuranza e ci rispondono che “non vendono niente a quelli che vengono da fuori”. Ma veramente stiamo nella spiaggia accanto, proviamo a rispondere. “Appunto”. Passa un pedalò da lontano e io, pur costumato, sono tentato di fare ciao ciao con la mano.

Adesso gli avventori della spiaggia sono preoccupati, l’amministrazione comunale ha deciso di piantare pali di legno e reti metalliche sul bagnasciuga, con la scusa di un rischio frane non dimostrato e finora sempre ignorato. C’è ancora chi sogna che tutta la spiaggia possa diventare un grande villaggio vacanze deluxe, dove se non paghi non puoi nemmeno entrare a comprare un ghiacciolo. Nel capanno dell’ultima spiaggia si incontrano marinai in pensione, venditori di cocco, scalatori in tuta, naturisti in costume: “Ma tu guarda se ‘sti cazzo di civici e pure democratici so’ riusciti a fare quello che non è riuscito con quarant’anni di democristiani, quando in giro c’erano ancora i contadini coi forconi, e nemmeno con cinque anni di berlusconiani, che ci mannarono le guardie private a mena’ i froci”. Torno a casa pensando che nessuno ha mai spiegato bene una cosa, a tutti ‘sti miei compaesani che hanno dimenticato pure loro gli occhiali sotto un ombrellone: che se quel mezzo chilometro di spiaggia è rimasto intatto e bello, miracolosamente lontano dalle grinfie delle famiglie gaetane armate di ruspe e sanatorie, forse un poco poco dovrebbero ringraziarli quei nudisti e quei ricchioni.

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Luca Di Ciaccio • 6 agosto 2010


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