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Far west domiziano

La via Domiziana non chiude mai. Supero il fiume Garigliano e il sud, l’avvicinarsi di Napoli si presenta come una lenta ma inesorabile degradazione delle cose, come se tutto pian piano diventasse più sfatto, più incurante. Passano poche ore dal ritorno degli operai immigrati, dalle notti di lavoro delle prostitute nigeriane, dal viavai dei tossicodipendenti, e la mattina presto, alle prime luci dell’alba, il bordo della carreggiata si popola dei braccianti, dei neri africani, dei bianchi slavi che attendono il camioncino per essere portati nei campi a lavorare. Ancora poche ore e aprono le attività commerciali, inizia la giornata comune, i primi passeggeri sono in attesa dell’autobus, qualche ambulante vende povere cose sul marciapiede. Scenografie che cambiano, attori abituati a tutto. Anche dalle nostre parti ci sono delle battute del tipo “stai sulla Domiziana” che equivale a dire che stai sulla strada a lavorare, a battere.

Visto dall’esterno questo territorio, la provincia di Napoli, più in là l’asse mediano verso Caserta, sembra un corpo estraneo e al tempo stesso un capro espiatorio. “Quelli non sono napoletani, vengono dalla provincia” ho sentito dire tante volte da persone convinte che certe cose, brutte o tremendo o soltanto spiacevoli, siano ricondotte a Napoli mentre in realtà succedono in provincia, nel cosidetto hinterland, dove nascono le sue deformità. Io invece ho sempre pensato che non si può realmente separare la città dal frastagliato paesaggio edilizio che la circonda, una delle conurbazioni a più alta densità dell’Italia, “area metropolitana” come dicono adesso i legislatori che però non riescono a governare, i cui abitanti nel bene o nel male si sentono parte di un’unica grande capitale dello spirito. In espansione. Anzi, come scrive Gianni Biondillo, architetto e scrittore, in “Metropoli per principianti”: questa, molto più della città rete di Milano-Brianza, o della città lineare della via Emilia, “è la prima vera città globale italiana, un’autentica metropoli del Ventunesimo secolo, a metà tra gli slums del terzo mondo e l’urbanistica del capitalismo avanzato”.

Ci si muove nel caos del traffico meridionale, oltrepassando di tutto: paesi, viadotti, terre spogliate. Lembi di strade extraurbane, campagne distrutte, carcasse fiammeggianti, scheletri edilizi che galleggiano nel nulla. Posso essere ovunque, a Caivano, a Frattamaggiore, ad Afragola, posso essere più sù, ad Aversa, a Marcianise. Non si coglie un confine urbano, nessuna area verde, nessuna zona di rispetto. Anche il panorama degli oggetti non aiuta: chiese che sembrano sale da gioco, alberghi che paiono castelli, centri commerciali che assomigliano a case di civile abitazione, ville che sembrano templi etruschi. La vidi una volta la metropoli dall’alto, salito sulle pendici del Vesuvio. La vidi perdersi nell’orizzonte, raggiungere spazi lontani, fin verso gli Appennini, affamata, brutale. Più giro e più sento di perdermi. Più vedo e più faccio fatica a riconoscere. Ci sono certe case a due o tre piani, abitate da decenni, ma con in testa un piano ulteriore, ancora grezzo, probabilmente abusivo, in attesa di un figlio o una figlia che si sposeranno presto, e saliranno sopra, impastati pure loro in una rete di abitudini, comodità e ricatti, l’unica che ti tiene a galla da queste parti e blocca tutto. Ci sono, per vie più strette, certi antichi edifici in cui per un attimo tocco il cuore antico di un comune, l’antico forno, il sagrato di una chiesa, i balconi scolpiti, vecchi sulle soglie, capannelli fuori dai bar, ragazzi neri. Ci sono certi cartelli che indicano “distretto industriale” ma poi quello che vedo sono capannoni spesso vuoti, resti di opifici e calzaturifici, qualche azienda casearia, cani randagi. Ci sono statue di Cristo, o più ancora di Padre Pio, con braccia alzate e mazzi di fiori ai piedi, probabili altari di incidenti stradali, che non si capisce se vogliano dire agli automobilisti “andate piano” o gridare agli uomini “guardate cosa avete fatto”. Ci sono coppie di sposi che si abbracciano ad uso dei fotografi sulla spiaggia di Mondragone e sembrano voler sperimentare “l’amore dopo la fine del mondo”. Ci sono centri commerciali con le aiuole fiorite, dove camminare in una città ideale, liscia come l’olio, con la sola modica tassa di resistere alla tentazione, non comprare. L’ordine sociale non può essere garantito da istituzioni pubbliche cariche di ambiguità, bastano i privati, basta la merce, come un cerchio che si chiude. Torno fuori e continuano a scorrermi negli occhi le stesse immagini. Nelle narici sento l’odore del cemento e della spazzatura. Lo stesso dei soldi. Scorrendo sulla strada, oltre le facciate degli edifici non c’è profondità, non sembra iniziare alle spalle una città ma uno strano vuoto. Luogo da cui fuggire, sconfitti, o laboratorio in cui dannatamente reinventarsi.

domiziana

Luca Di Ciaccio • 7 settembre 2010


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