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In alto i nostri Santi

“Ma che succede, è venuto Gheddafi a Gaeta?”. Bloccati nel traffico paesano un po’ troppo sopra la norma, con assembramenti di majorettes in lontananza, ci si informa presso un vigile. Hai visto mai il dittatore libico fosse venuto da queste parti a prendersi di persona un altro paio di motonavi della Finanza, in aggiunta a quelle che già generosamente gli abbiamo regalato per sparare addosso a immigrati clandestini e pescatori sbadati. In realtà no, “ma che ne saccio, chist’ è gliu prete di san Nilo, nu’ mese di casino” risponde sconsolato l’agente.

Dice che questo parroco nuovo non guarda in faccia a nessuno, ha fatto una specie di colpo di stato nella placida storiografia religiosa locale, ha preso un santo di nicchia nella sua parrocchia del quartiere benestante e ora vuole addirittura scalzare il vecchio patrono. Un mese intero di festeggiamenti pieni pieni. Non si erano visti nemmeno dopo la vittoria di Lepanto, quella contro i turchi che salvò l’Europa dagli infedeli, che da queste parti si conserva ancora il santo stendardo. Eccoli. “In fila per due!” raccomanda al microfono don Antonio. Sfilano bande musicali, arcivescovi in coppie da due, monsignori, preti ortodossi, sacerdotesse protestanti, cavalieri di Malta, sbandieratori, sindaco, consiglieri comunali, motociclisti devoti, damigelle del Signore, vecchie monache, fedeli, agnostici, presenti per caso, bocche di rosa poco lontano. In fila per due, si raccomanda il prete con fare da impresario, come gli scolari quando escono da scuola per andare a teatro. Dispute da cronache locali. Il vescovo ci ha tenuto a far sapere che questo “è un vero santo gaetano”, mica come quell’altro, il vecchio patrono “che era pure straniero”, un extracomunitario insomma, “e poi – aggiunge il parroco – a quell’altra processione c’è sempre meno gente”, anche i santi hanno la loro audience. Il sindaco, “civico e cattolico ma molto laico”, da parte sua ha detto che questi festeggiamenti con la crisi che c’è “sono un po’ esagerati” e magari pure il welfare comunale avesse tutti questi sponsor privati, e il parroco con piglio da candidato gli ha risposto “tranquilli, vi dico io come spendere i soldi”. All’autoradio, fermi nel traffico, nel frattempo dibattito sul centoquarantennale della breccia di Porta Pia.

Anche ai timorati di Dio piace spettacolo e scenografia, giacchè al buon Dio le cose gli piace vederle e più belle e copiose sono e meglio è. Programma dei prossimi giorni: sfilata di sbandieratori e majorettes, benedizione del gioiello modello collier in diamanti e oro zecchino da appendere alla statua del Santo, via crucis vivente con crocifissione sulle scale del cimitero, distribuzione di una megatorta da un quintale per il millecentesimo compleanno del Santo, un altro paio di processione, due megaspettacoli pirotecnici, un concerto di cover di Zucchero (“solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica”), benedizione dei lidi balneari, raduno di motociclisti. Qualcuno dice che questa Chiesa pensa a fare feste, ma sarebbe meglio dare i soldi ai poveri, alla Caritas, a qualche missionario africano. E però qualcun’altro risponde che i ricchi parrocchiani che hanno dato i soldi per la festa, quei soldi li hanno tirati fuori proprio per fare una parrocchia degna del loro status, comprare il gioiello d’oro zecchino, per mettere le luminarie nel quartiere. A quelli, insomma, che vuoi che gliene importi dei terremotati, degli alluvionati, dei barboni, degli immigrati, basta che i loro peccati vengano lavati a suon di contributi e a botta di giubilei e tutto va bene. D’altronde a qualche santo bisogna pure votarsi. Lo scrisse pure l’antropologo Marinio Niola nel suo bel saggio sui “Santi Patroni” che “ogni processione è un rito di riconoscibilità sociale prima ancora che un atto puramente religioso”. Insomma, se Dio è lontano il santo è vicino, è di casa, è il mediatore ideale, un po’ come il parente importante che va a Roma a trattare direttamente con il potere, è a lui che ci si raccomanda.

Le tradizioni son tradizioni. A quelli che vorrebbero cambiare patrono gaetano più di qualcuno ha fatto notare la questione dei nomi. Sostituire sant’Erasmo con san Nilo? E qua ai battezzati viene messo il nome Erasmo, al massimo Cosmo o Damiano nel Borgo, di Nilo non se ne conosce manco uno. E se non basta, si sappia quel che accadde a Palermo quando si affacciò una simile ipotesi: santa Rosalia, indispettita dal possibile sfratto, mando giù una frana sulla città. In processione vedo molti che conversano e ammiccano, pochi che pregano. Il sacerdote per un attimo perde il suo ineffabile sorriso e confida una riflessione: “Giovedì scorso tante persone guardavano i fuochi pensando ai poveri che muoiono di fame; intanto loro hanno visto i fuochi e si sono divertiti e i poveri nel giorno successivo hanno continuato a a morire di fame”. I conti non tornano anche ai compaesani che ieri si lamentavano perché al paese vicino facevano sempre le feste più pompose e i fuochi più ricchi, e oggi si lamentano perché al paese loro fanno le feste troppo pompose e i fuochi troppo ricchi, e non sta bene, che diamine. Il traffico alla fine si sblocca, vai a sapere quale santo ci ha fatto la grazie, e chissà per quale maledizione divina succede adesso il patatrac. Una decina di moto e scooter sbandano e scivolano a terra. Gente che impreca svariati santi. Ginocchia sbucciate e facce sanguinanti. I vigili, ora, con le mani nei capelli. Dice che è stata la cera delle candele a impiastriccicare l’asfalto. Bum! Bum! Bum! “I fuochi d’artificio! I fuochi d’artificio!” gridano i bambini. Poco più in là, sotto le giostre della festa, autoscontri e calcinculo, scoppia una rissa a calci e pugni.

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Luca Di Ciaccio • 17 settembre 2010


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