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Il giubileo dei sorcini

L’unica concessione all’eccentrico sta in qualche cappellino glitterato, che scintilla sporadico nella sera, in mezzo al mare di teste, e agli immancabili cori che fanno “tre, due uno… zero!”. Per il resto non si direbbe mai di queste mamme di mezza età e di questi ragazzi dall’aria tranquilla e di queste ragazzotte grassottelle di provincia che stiano lì pronti per seguire qualcuno nel mistero, nella notte, nell’ambiguità (il pretesto lo sai: quattro dischi e un po’ di whisky). I sorcini di un tempo saranno diventati ormai dei maturi toponi. Folte schiere di giovani topolini avranno rinforzato l’esercito di quelli che un tempo si definivano “zerofolli”.

Probabilmente all’epoca, trenta e più anni fa, un po’ folli bisognava esserlo davvero per fidarsi di quell’eccentrico pifferaio, per aderire al suo gusto esagerato, mutevole, carico di maschere e trucchi, dirompete verso il perbenismo borghese. Oggi che tutti nella vita si sono rassegnati a vendere desideri e speranze in confezione spray, come direbbe lui, a vedere i suoi concerti ci vanno famiglie intere, dal nonno ai nipotini, una specie di allegra gita fuori porta. Ammirano, come in un museo, i vecchi abiti di scena, tutti strass e pailettes e colori da Pierrot, sembravano il simbolo di chissà quale trasgressione ma a vederli oggi appaiono per quello che sono, abiti della festa rubati al guardaroba di mamme borgatare e ricomposti per creare costumi di scena. Lui appare sul palco abbagliato dalle luci in un cappottone nero luccicante, con il cappello militaresco della banda, apre le braccia, benedice il pubblico adorante e l’ombra dei pini di Roma come una specie di papa. Appena arriva ce lo dice che è colpa nostra, che siamo stati noi ad averlo traviato, adescato, rapito, portato sulla luna, e comunque a lui è piaciuto moltissimo. “E te credo” sibila la sorcina due posti più in là. Tra fans e idoli non si capisce mai davvero chi chiede aiuto a chi, quale sia il protetto e quale il protettore. Lo zoccolo duro sorcino non molla, lo segue con attenzione maniacale, gli parla sicuro di essere ascoltato. Zero compie errori e grandi gesti, scrive dischi orribili e canzoni splendide, fa arrabbiare le associazioni gay come i bempensanti. Con l’età poi è sceso a patti con le ambiguità, le stranezze dei primi tempi. Cadute, rinascite. Complessità in cui l’artista, l’idolo dei fans, finisce per mordersi la coda. E, come il celebre gatto di Giorgio Gaber, “non sa che la coda è la sua”.

In fila con apposita “ZeroCard” in mano, tra alberi pazienti e baracconi degli sponsor, è rievocato dibattito di fine anni Settanta sull’orientamento sessuale di Zero. È? Non è? Ma nelle canzoni si rivolge a una donna? Si, ma hai visto come si veste? Però la voce… Anziana sorcina rivela che risposta salomonica arrivò da giornalista di Sorrisi e Canzoni, il quale identificò la chiave in un verso della greve canzone “Sbattiamoci” laddove Renato cantava “in fretta poi alterniamoci”. Ci voleva tanto? Quando si prova ad analizzarlo, lo Zero, si scopre che come un lenzuolo troppo corto l’analisi lascia sempre un pezzo di letto scoperto. A chi, come me, è tuttavia stato sorcino almeno per cinque minuti pare già di scorgere la sagoma leggendaria di Fonopoli all’orizzonte, e il solito Pierrot armato di cuscini contro gli scocciatori.

concerti

Luca Di Ciaccio • 29 settembre 2010


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