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Via dell’Indipendenza

Quando chi viene da fuori, turisti in cerca di una casa, visitatori che agognano paesaggi tipici di cartapesta, immigrati disposti a un alloggio di fortuna per tirare a campare, signore che vengono qui per fare la spesa, si affaccia dentro la via dell’Indipendenza, subito con un’eccitazione mista ad apprensione esclama “ma quanto è lunga non finisce più”, oppure gli senti dire “andiamo a far la spesa nel budello”, o i più timorosi, “eccoci nella casbah!”. Per difetto o per eccesso, in effetti non sbagliano.

Infilarsi lì dentro vuol dire entrare nella pancia di Gaeta. Negozi che stanno sempre lì da anni, mercerie e alimentari che sopravvivono tenacemente a loro stessi. Vecchiette affacciate sull’uscio dei bassi nei vicoli, che si guardano attorno, chiacchierano tra di loro, si consolano dell’essere ancora vive. Finestre che guardano quelle di fronte. Vicoli come uscite di sicurezza. Anelli metallici dove prima i contadini legavano i loro asini. Chiese che si aprono allo sguardo di chi fugge sui ciottoli e ci entra come salotti nella penombra. Edicole votive con madonne disegnate a mano. Signore che passano il tempo a “sciuculare” il cortile con l’acqua e un po’ di sapone. Facciate divorate dal sole, dagli anni e dalla mano poco felice degli uomini.

Occhi che ti guardano dagli usci, dalle finestre, da dietro le tende. Stanze in cui sbirciare camminando, fino a guardare tra i fornelli o a scutare i portaritratti di parenti morti sul comò. Si vive tutti a pochi centimetri l’uno dall’altro. Da qui puoi udire i lamenti di un dolore, l’ansimare di un amplesso, il gorgoglio di una risata. Il risuonare stereofonico di un televisore a tutto volume, senza nessuno davanti. Rumori, odori, voci squillanti e suoni sordi, è facile sentirli come anonimi, è facile sentirli come se ci appartenessero. Nuovi odori di cucine speziate e straniere, nei vicoli più periferici, affittati agli immigrati, spesso a caro prezzo. Odori di mosti che ribollono nelle cantine, solo qui ancora si sentono. Macerie lasciate in bella vista dall’ultima guerra, che restino così, a futura memoria. Il cielo visto a spicchi da un vicolo. ù

Una strada antica, di una città antica. Brulicante di vita di giorno, vuota e solitaria la notte. Anche adesso che sul vicino lungomare ignoti teppisti bruciano le auto come in una banlieue, oppure danno fuoco ai panni stesi o a qualche edicola votiva, e certi comitati di quartiere già propongono di mettersi a fare le ronde, come al nord, rimane l’impressione che a via dell’Indipendenza non succede mai nulla che non vuoi che succeda. Si aspetta una sera d’autunno, come quella di domani, per una volta all’anno, in cui tirare fuori tovaglie, imbastire tavoli per strada, e suonare, mangiare, ballare. Ci sono strade che quando tutti gli alti posti sono deserti comunque qualcuno ci trovi. Un mio amico una volta mi disse che quando tutti fuggiranno da questa città gli ultimi che resteranno li troverai qui, a Via dell’Indipendenza.

Luca Di Ciaccio • 1 ottobre 2010


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