Ludik

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Democristianamente

Vorrei perfezionarmi nel bozzolo confortevole di un linguaggio da vecchio democristiano. Diventare un po’ più grasso e un po’ più ottuso. Ragionare di preamboli, convergenze parallele, gradualità riformiste, ancoraggi, forze di attuazione. Cauta sperimentazione, equilibri più avanzati. E comunque non mollare la presa, mai. Indossare un cappotto inamidato, tirare fuori delle vellutate grinfie. Costruire strategie basate sulla non sfiducia. Dire che occorre un’ulteriore riflessione, per esprimere il dissenso da una decisione. Chiedere un’articolazione corrispondente alle pressanti esigenze del momento. Ribadire che si sta cercando una conclusione costruttiva, cioè quando è l’ora di cominciare le trattative. Poi andare a farmi una magnata elettorale ai Castelli.

Affermare di voler portare un contributo, per iniziare un discorso e soprattutto per candidarsi a un posto. “Sono disponibile a portare il mio contributo” si offriva il pretendente, con umiltà, quasi che la poltrona gli cascasse in testa, “ma solo se gli amici me lo chiedono”, ovviamente. Suggerire poi che dobbiamo costruire un percorso, tanto per capire cosa mi spetta. Ammainare le pregiudiziali, concorrere a coniugare il centro con la sinistra, ma senza esagerare, che non sappia evangelicamente la mano destra cosa fa quella sinistra, ed eventualmente una sia disposta a lavare l’altra. Dire sì rispondendo “non posso dire di no”, come secondo leggenda De Gasperi sull’altare. Saper parlare per ore senza dire niente, come ammoniva Forlani in un congresso. Vaticinare senza preoccuparsi del senso che “il futuro è un asse di equilibrio librato nel vuoto” come sentenziò Bartolomei al congresso dell’Ottanta. Confondere la luce con l’oscurità, i sì con i no. Leggere un libro del Kamasutra senza figure. Ogni tanto dare di matto. Come ebbi a dire, come ebbi a dichiarare.

Luca Di Ciaccio • 27 ottobre 2010


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