Ludik

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Pasoliniana

Alla presentazione di un libro vedo volare stracci tra pasoliniani. Belpoliti sostiene che bisogna mangiare Pasolini per onorarlo, mangiarlo in salsa piccante come consigliava il corvo di “Uccellacci e ucccellini”, per liberarlo dal limbo dei cattivi pensieri e dei falsi perdoni, delle solerti ammirazioni e degli impotenti moralismi. Siti dice che a Pasolini era sfuggito di mano il desiderio e con esso la comprensione del mondo, e gli piaceva da matti quel gesto divino, far schioccare le dita sulla nuca di un ragazzo. Il fotografo Pedriali s’incazza, butta libri per terra e urla disperatamente che lo stiamo buttando nel cesso Pasolini, che “a saperlo me lo facevo fare quel pompino da Pier Paolo quarant’anni fa”. Immolato, offerto, maltrattato, consumato. Quel corpo che si stende sulla nostra memoria, e sulle ombre di un nazione di fantasmi. Quando è stato, mi chiedo, che Pasolini è diventato un aggettivo? Quand’è successo che un posto, una persona, un film sono diventati pasoliniani? Non lo so bene, ma quello che so è che sono in troppi a usarlo, spesso in modo sbagliato. Oggi viviamo tutti in borgata, ricchi e poveri, l’Accattone è diventato senatore, e non deve vergognarsi se piagne o se scommette, perché un Paese così dovrebbe rimpiangere un moralista come Pasolini? Uno che disturbava, rimpiangeva, denunciava, polemizzava?

E’ autunno qui, e l’utopia è il superenalotto, e se arrivasse il futuro ci troverebbe in accappatoio, davanti al mare fermo della città, in religiosa assenza di forza e di Dio, tra desideri calcistici e autobus ritardatari. I sindaci vogliono buttare giù i palazzoni di periferia e i capi di governo ridono nelle loro magioni organizzando orge e raccontando barzellette. Pochi chilometri dal centro di Roma, dalle vetrine delle librerie e dei grandi magazzini, e cambia tutto, addio storia, piramidi, basiliche. La via del mare è buia, pini, erba alta, l’ippodromo come ultimo segno di civiltà. Un reticolo di vie, strade, campi, pinete, villette, palazzoni, aree enormi e informi, una campagna ibrida, sintetica, una periferia annichilita, una spettrale catena di nomi, tra pantani e infernetti, e transessuali enormi ai bordi delle corsie d’asfalto. “Una fiera di ombre”. Posti in cui perdersi come un cane che non può conoscere gli orari degli spettacoli, un cane che è un miracolo se riesce ad andare senza padrone, e aspetta che sia giorno, aspetta, sperando di dire addio alle brutte poesie e sperare nella promessa di un amore normale.

Una strada lunga, rete ai lati, dietro c’è la spiaggia, il mare sconsacrato di Ostia. Mica si vede, di sera, il monumento a Pasolini, nel posto, un vecchio campetto di calcio, aggiustato alla meglio, dov’è stato ucciso, non si sa bene come. Del mare si sente solo il rumore. Di fronte la Oriflex, fabbrica di materassi e reti di ogni tipo e misura. Chissà quante strade importanti portano il suo nome. Quanti insegnanti si sforzano di farlo entrare nel risicato programma scolastico che precede la maturità. Quanti politicanti e intellettuali discettano della sua opera, e di buoni selvaggi e vecchie lucciole, senza riuscire a dire una parola, una sola parola di verità, ai nipoti di quei contadini, ai figli di quei borgatari. Le parole restano, nonostante gli aggettivi e le ipocrisie che ci appiccichiamo sopra.

periferie

Luca Di Ciaccio • 5 novembre 2010


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