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Centrale nucleare

Da lontano la centrale nucleare per essere bella è bella. Tonda come la cupola di una basilica, però liscia, tutta bianca. Con una campanile di novanta metri accanto, scagliato verso il cielo, in mezzo alla campagna con il fiume che ci passa vicino e le zone sismiche poco lontano. Altro che le antiestetiche pale eoliche o gli ingombranti pannelli solari, questo è un gioiello architettonico in puro stile italiano. E’ chiusa da tanti anni, prima per motivi di sicurezza, dopo qualche incidente sospetto, poi per decisione popolare di un referendum forse oggi da rinnegare.

Del deposito di scorie non si sa, dei progetti di riapertura nemmeno, ma il nucleare è ormai il deposito di tante delle nostre moderne vulnerabilità. Scienziati e governi hanno un bell’insistere sull’assoluta sicurezza dei procedimenti di stoccaggio, la paura delle gente è irrazionale e sensata al tempo stesso. Stanno scavando, ci sono blocchi di cemento, pale meccaniche, recinzioni che bloccano la vista. Dannazione di vivere in un’epoca dagli orizzonti affannati e cortissimi e ritrovarci alle prese con problemi e decisioni che rinviano a un tempo lunghissimo, da provare vertigini, centinaia di migliaia di anni è la durata di certo materiale radioattivo, per colpa di un invisibile atomo impazzito. Come comunicheremo ai posteri il piano delle nostre centrali dismesse? Il nucleare resta attivo per migliaia di anni, ma in che lingua parleremo di cesio e plutonio? Con che sistema di scrittura? In Word, magari? Ma chi leggerà Word fra trecento anni, se oggi non sappiamo leggere cose scritte trent’anni fa? Su carta? E se la carta si decompone? Lo incideremo su pietra, come i geroglifici?

In caso di disastro nucleare da sud la mia città si trasformerebbe in un luogo fantasma, e forse nessuno farebbe nemmeno in tempo a scappare. In caso di disastro nucleare da nord la mia città si troverebbe ai margini della fascia di evacuazione “consigliata”, non obbligatoria, e mi chiedo cosa farebbero i miei genitori, se potrebbero trovarsi un altro luogo dove andare, una triste casetta per sfollati, o magari cercando ospitalità da parenti lontani (ma il lavoro? la casa?), oppure mio padre potrebbe convincere mia madre che non sarebbe il caso di lasciare il posto dove hanno sempre vissuto. Sono pensieri inutili e catastrofisti, mi rendo conto. Ma a chi non sono venuti in mente? Scrive Richard Muller nel libro “Fisica per i presidenti del futuro”, citato sul giornale: “La gente ha una paura quasi primordiale della radioattività. Sembra un nuovo esempio di qualche vecchio archetipo junghiano: la paura di un pericolo ignoto, forse originariamente di un predatore o un nemico in agguato nella boscaglia. Analoghe inquietudini sono la paura delle streghe, dei comunisti, dei mostri sotto il letto. Ma la paura della radioattività è più profonda”.

Di fronte a una centrale, di cui pure raccontano cose presunte e terribili, di cui dicono cose sul pesce contaminato che avremmo mangiato e sui troppi cari che per brutte malattie avremmo perso, di fronte alla sua rotondità non ci penso, percepisco tutto come silenzioso e immobile, una palla bianca, intrisa di una sua intrinseca luminescenza, un prato verde e un dio irrequieto che dorme nel sottosuolo.

posti abbandonati

Luca Di Ciaccio • 28 novembre 2010


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