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Il sindaco che fece il boom

Quella sera la vecchia fortezza decaduta saltò davvero per aria. Erano mura vecchie di quattro secoli, che è tanto tempo sì, ma pure poco rispetto a quanto era vecchia la città, e però ne avevano viste di cose. Ogni mattone, ogni tessera di mosaico era un occhio, una pupilla puntata sui secoli che sarebbero poi venuti. Avevano sopportato cinque o sei assedi, s’erano lasciate prendere dai francesi e dagli spagnoli, avevano fatto partire la flotta cristiana che andava a combattere a Lepanto, difeso un Papa che era venuto a rifugiarsi dai rivoluzionari liberali, e poi fatto prigioniero pure qualcuno di quei rivoluzionari ormai disillusi come Mazzini, avevano resistito ai piemontesi che stavano facendo l’Italia unita, avevano visto fuggire regine e dittatori, s’erano fatte domare dal Duce del fascismo che qui nel Golfo veniva a fare lo sborone con la sua flotta navale, in nome del piccone di regime avevano pure accettato di farsi demolire per metà, e poi avevano visto la città, dentro e fuori di loro, diventare polvere sotto le bombe della guerra mondiale, eppure resistevano, pure se la gente non si fidava più nemmeno di loro, delle vecchie mura, e quando si fotteva di paura per i tedeschi la gente, i sopravvissuti almeno, andava a rifugiarsi nella campagne, su in montagna, nelle grotte, nemmeno la fortezza bastava più, e poi quelle mura avevano accolto gli americani, con le cioccolate e la portaerei, che non se ne volevano andare più via, e pure i gaetani ritornati nelle loro case, coi ciucci da contadino e le gonne lunghe, a rifarsi una vita, che ora addosso ci gettavano le immondizie e i sacchi di macerie, i soldati ubriachi ci vomitavano e ogni tanto andavano a farci qualche marchetta.

Erano invecchiate, degradate quelle mura, erano l’ombra di ciò che furono quei bastioni chiamati dell’Annunziata. Alti, umidi, toglievano la luce e il respiro pure ai vecchi e agli orfanelli che stavano lì dietro, dentro l’Istituto dell’Annunziata che allora era un ospizio e un orfanotrofio. Certo, non se l’aspettavano quelle mura che tante ne avevano viste e sopportate di finire così, fatte saltare per aria con la dinamite in una notte d’estate, senza nemmeno un grazie, uno scusi, un dente cariato da togliersi e arrivederci, come quei genitori anziani in un film di Monicelli, che nessuno vuole sobbarcarsi e allora meglio farli fuori con una stufetta difettosa. Si dice che quella sera tiepida del 30 giugno 1960 i professori della Soprintendenza fossero a cena in un ristorante poco lontano, sentirono il botto enorme, non credettero ai loro occhi. Non si capacitarono che quel sindaco democristiano, coi modi autoritari e la faccia giovanile da attore americano, l’avesse fatto davvero.

I gaetani, all’epoca, quelli del Borgo e quelli della città vecchia, e quelli che già avevano versato l’acconto per la casa nei quartieri nuovi, non è che si turbarono più di tanto. Il lungomare nuovo, quello fatto buttando a mare tonnellate e tonnellate di macerie, in fondo gli piaceva. Era bello, fresco, con l’asfalto lucente e appena posato, la calce ancora polverosa ai lati, le aiuole squadrate e le palme ancora piccine, e il panorama del Golfo, be’ su quello non ci sono parole, lo conosciamo ancora oggi. E certo a molti pareva davvero un peccato che dovesse interrompersi così, per colpa di quattro mura vecchie e decrepite, che ancora portavano addosso l’odore di troppe bombe e sofferenze.

Che ci frega, pensavano. Costruire, costruire, costruire. La guerra era finita, era tutto da rifare e non si andava tanto per il sottile. I contadini tornavano ancora a casa in groppa al ciuccio ma già sognavano un posto in raffineria, o contavano i soldi che la vendita dei terreni gli poteva fruttare, con le imprese dei Simeone, degli Spinosa, dei Valente pronti a innalzare palazzine sui vecchi orti. I pescatori tiravano i remi in barca ma volevano il posto alla Genepesca o andarsene dal basso umido del vicolo. Pure le scuole le stavano appena ultimando, sopra piazza Trieste, bella larga, c’erano le medie, il liceo scientifico, il nautico, una chiesa nuova nuova e pure l’istituto pubblico per la maternità. Su Corso Italia, via Europa, via Garibaldi, c’erano le impalcature coi muratori e i manovali che si passavano la calce sopra le palanche, e poco fuori, sui colli, dietro la Flacca progettata da Maresca che non si chiamava ancora via Maresca perché l’ingegner Maresca ancora non c’era morto sopra, primo di una lunga serie su quella strada maledetta, era tutta campagna.

Comunque pure le pietre sanno prendersi le loro vendette. Le mura ora sono solo scogli disseminati in mare, resti dell’esplosione, le vedi se ti affacci dal lungomare vicino l’Annunziata, dal bel vialetto rialzato dei giardinetti. A quel sindaco, Pasquale Corbo, professore di inglese e preside in pensione, lo ricordano solo per questo. Dice: Corbo chi? Quello che fece saltare in aria i bastioni. Pure adesso che è morto, nei bar, sui blog, sotto al Comune la gente litiga come se fossero passati tre giorni, e non cinquant’anni. Corbo? Un santo, un delinquente, non importa, è sempre lì, su quei bastioni saltati per aria, che va a posarsi il discorso. Eppure è stato Corbo l’ultimo fondatore di Gaeta. Nel bene e nel male, l’ha fatta quasi tutta lui la Gaeta di adesso, così come la conosciamo. Mica Caieta ed Enea, come sta scritto sui libri di scuola, e nemmeno i Borbone. Calce e mattoni, strade e fabbriche. Il lungomare bello con le palme e la Flacca brutta e viscida quando passa senza pietà su Sant’Agostino. La stazione, la raffineria e le altre fabbriche, che ora sono tutte chiuse o in crisi ma all’epoca trottavano. Corso Italia e via Europa, le villette di Serapo e la piazza del Comune, le scuole e le prime case popolari. Si rimane stupiti e incantanti a vedere certe vecchie foto.

Si capisce bene quali rischi correva e sapeva di correre un ambiziosissimo sindaco-padrone che aveva contribuito a trasformare un indolente paese di zappatori, pescatori ed emigranti, umiliato da secoli di servitù militari, in una dignitosa e attrezzata cittadina a vocazione sia turistica che industriale. Eleganza e buone maniere, nuovi mestieri, sconvolgimento delle gerarchie sociali, rivolgimenti nelle usanze e nelle abitudini, e quindi rancori, ripicche, concorrenze, appetiti… In una parola, lo sviluppo: da paesani a cittadini, da poveri a ricchi, da attardati a veloci, dall’indolenza alla nevrosi, dall’immobilismo all’iperattivismo. Era a rischio il sindaco Corbo, come erano e sono a rischio tutti i sindaci del Sud che hanno in mano quella strana e ultima risorsa che si chiama territorio. Il Sud è un paradiso indiavolato che facilmente può trasformare i suoi sindaci in re Mida, prigionieri di una povertà che è considerata bellezza quando è scarsamente frequentata dagli uomini, ma che diventa reato non appena si muta in oro, vale a dire paesaggio, progetti, piani regolatori, varianti, parcheggi sotterranei, metropolitane di superficie, concessioni edilizie e, ovviamente, amici fidatissimi nei posti chiave. “Il problema dei gaetani è che sono nati col senso di colpa” disse una volta, nei suoi ultimi anni da sindaco, in un’intervista della Rai. Corbo rischiò con tutta l’energia e l’arroganza che può avere un ragazzo di ventotto anni diventato sindaco subito dopo la guerra. Rischiò, esagerò, comandò, andò a sbattere. Fu cacciato in malo modo, dopo un quindicennio di governo, dai suoi stessi compagni di quel partito che era tutto, la Democrazia Cristiana, si fece trasferire dal ministero a Torino, affrontò una ventina di processi con accuse più o meno serie, compresa quella dei bastioni abbattuti con lo Stato italiano che gli chiedeva i danni, sempre uscendone senza condanne, entrò in depressione, odiò per anni la città che pure aveva amato.

A Gaeta il boom economico fu, insomma, anche un boom fisico e materiale – bum! – tritolo e dinamite. Conteneva, quella stagione fertile e agiata, il presagio della dannazione futura. Il miraggio della Gaeta Turistica, con tutti i suoi enormi squilibri strutturali: nel porto, nella rete viaria, nell’urbanistica irregolare e abusiva, nella ricettività di pochi alberghi e troppe case a prezzi smodati, nel benessere senza cultura, nello sviluppo concentrato nella mani avide di poche Famiglie. Quel miraggio fu il Grande Equivoco, l’annuncio di una precarietà insuperabile, quella dello sviluppo ingordo e imprevidente, che riempie le tasche oggi per svuotarle domani. E si sa che l’agire, l’intrapresa, l’iniziativa sono sempre farina diabolica, mentre l’inazione è sempre essenza paradisiaca ed angelica.

Così se nella stagione del sindaco Corbo, piaccia o no, si intravedeva almeno un’idea di fondo, un progetto di sviluppo, una visione del futuro della città, quello che verrà dopo sarà il nulla. Basta farsi un giro dietro a Serapo, a Calegna, a Monte Tortona, al Colle, nei dintorni di via Cuostile e di via Bachelet. Palazzi uno attaccato all’altro, con stradette in mezzo che nemmeno in campagna, senza un filo d’aria, un marciapiede, un parco pubblico, una piazza, certe volte senza nemmeno le fognature. Palazzi in “stile merda”, come lo chiama Vittorio Sgarbi, spuntati come funghi in tutta Italia, roba che odora lontano un miglio di speculazioni, lobbies, mazzette. Nella vicina e rivale Formia, per parlare di cose brutte, hanno fatto il primo grattacielo della zona, su via Vitruvio. Non si può guardare, però intanto noi nemmeno quello.

Qualcuno dirà: ma se le hanno fatte tutte quelle case ci stava pure la gente che se le comprava. Certo, non fa una piega. Siamo stati noi, tutti noi, o quelli che c’erano almeno. Sono state le previdenti massaie gaetane che investivano sempre nel mattone, e mai nell’impresa, le rimesse dei loro mariti e figli imbarcati. Sono stati gli abitanti del paese di mare che, come sempre accade, diventano poi i più avidi di terra. Pure mia nonna era tutta contenta quando si è fatta la casa in condominio col bagno e le stanze comode, che non stava più in quel vicolo umido accanto al somaro, le fregava assai a lei dei piani regolatori e delle mura borboniche. Ora sta di fatto che il vecchio Corbo sarà stato pure democristiano e dispotico, ma intanto su quelle macerie dei bastioni ha fatto un lungomare a regola d’arte, con gli alberi, i marciapiedi, le corsie, tutto misurato. Mica le palazzine in cortina. E questo lo pensa la maggioranza dei gaetani, compresi quelli della mia generazione, che ormai abitano quasi tutti in mezzo ai monti di Itri dato che a Gaeta le case costano caro o si preferisce tenerle sfitte. Oggi come oggi è nei quartieri di Serapo e del Colle che bisognerebbe mandare i bombardieri, mica a lungomare Caboto.

Un paio d’anni fa il senatore Andreotti venne a parlare in un convegno a Gaeta. C’era Pasquale Corbo, suo vecchio alleato locale, ormai assurto al confortevole ruolo di “padre nobile” della cittadina. C’era Antonio Raimondi, l’attuale sindaco civico, che di Corbo è discepolo politico, pure se il presente sta al passato come una miccetta di Capodanno sta a una carica di dinamite. Il vecchio Belzebù Giulio, col suo inarrivabile cinismo, fece una battuta del genere “ai tempi Corbo lui sì che fece brillare Gaeta”, poi pochi in platea risero e lui si corresse un po’: “Era un sindaco che sapeva farsi rispettare, certo non capii mai tutto quello scandalo per l’eliminazione di quei vecchi manufatti”. Poco dopo toccò a Corbo prendere la parola e fece uno dei suoi bei discorsi rievocativi. “Comprammo Monte Orlando per poche lire, costruimmo le Poste, il Nautico, la Maternità, la Raffineria…” disse il vecchio sindaco, e molti annuirono con gratitudine, perché erano gaetani, perché sapevano che dopo quello sviluppo forsennato ci fu il vuoto, come un corpo stanco che si accascia appena dopo aver preso la rincorsa. E che rincorsa. Dei bastioni disse che no, proprio non se n’era pentito. “Attenti – ammonì però alla fine – questa è una città che sa essere molto generosa ma anche molto cattiva”.

Comunque sia, noi che ne sappiamo. Magari tra cent’anni ai nostri nipoti anche l’hotel Summit o le case popolari di Monte Tortona sembreranno belle. Chissà. Forse pure quando i Re Borbone stavano a costruire quei bastioni enormi, sul mare, con tutte quelle mura attorno Monte Orlando, c’era un sacco di gente in mezzo alla piazzaforte che protestava dalla mattina alla sera, pure allora magari c’erano i Verdi, gli intellettuali, gli avvocati Matarazzo, pure se non si facevano chiamare così, e dicevano: “Ma cos’è tutto quel cemento in mezzo al Golfo? Non bastavano quei due castelli mastodontici? Ma che state a fa’, l’autorizzazione chi ve l’ha data, perché non le ributtate giù?”. A noi comunque, a quelli che siamo nati dopo e Corbo ci sembrava un nonnetto come tanti sulle panchine di Montesecco, Gaeta ci piace così, con quel vento che ti tira in faccia sul lungomare verso sera. Abbiamo anche fatto in tempo a imparare che qui nel Sud il meglio va sempre a braccetto del peggio, e l’uno non si libera mai dell’altro.

Luca Di Ciaccio • 28 dicembre 2010


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