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Signorine snob

Nei teatri di lungo corso i corridoi che portano ai camerini sono pieni di manifesti ingialliti che stanno lì a ricordare vecchissimi spettacoli, piece più o meno indimenticabili e istrioni presto o tardi decaduti su cui il sipario è calato da decenni, ma che in realtà sono ancora lì, a impregnare l’aria di cui può essere fatto un teatro vuoto, i suoi mille echi, tra le quinte del palcoscenico e le poltrone di palchi e gallerie. Gli attori, alla fine dello spettacolo, nei camerini con le macchie d’umido sul soffitto e gli specchi tappezzati di lampadine, si assomigliano un po’ tutti, si guardano allo specchio e posano il loro personaggio con la stessa nonchalance con cui un viaggiatore abituale poserebbe il suo bagaglio una volta arrivato a destinazione.

Come un pellegrino smarrito faccio avanti e indrè da un quarto d’ora finchè non mi imbatto alla vista della grande attrice. La Signora, già Signorina Snob, elegantemente occhialuta, ben coiffée, con inconfondibile frangetta, molto perbene con la pelliccia di scena depositata su una sedie, il pallore del trucco teatrale, la collana di pietre dure. Dev’essere come dice di se stessa una donna “solare”, come ormai usano dire anche i salumai, una che la mattina presto si sveglia e pensa che ce la farà, poi la sera si dice “oddio” e si prende una tazza di valeriana. A una giornalista che pedantemente le chiedeva di quali e quanti rimpianti covasse dalla vita aveva risposto: “La vita è più veloce del previsto, su molte cose ci si accorge con stupore di essere in ritardo”.

La Franca Valeri, minuta, composta, come chiusa in se stessa, un po’ tremolante per via della malattia, avanzava nel corridoio verso l’uscita a testa alta, ma senza molta voglia di guardarsi attorno, con una borsa al braccio, come una pendolare che va a guadagnarsi il pane fino all’ultimo, senza sghiribizzi da primadonna, giacchè a volte la sublime guitteria, l’inclinazione a far ridere gli altri provoca in se stessi una specie di rassegnazione, di profonda malinconia, di sottile assenza dalle cose che fa essere – come scrisse una volta Aldo Busi – “gentili con qualunque estreneo, cerberi con se stessi”. Sipari e montacarichi. Moquette consumata. Odore di cipria. Applausi a volte azzimati. Sale teatrali con bilanci in passivo. Grida, affanni, richiami, e improvvisi silenzi. Mattatori sulla scena, spettatori nella vita.

teatro

Luca Di Ciaccio • 7 febbraio 2011


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