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Fischi e cannoni

E’ una storia che capita di sentirsi raccontare, qui a Gaeta, quella dei morti sotto la scuola, qualcuno l’ha anche inserita pure in qualche libro, ma nessuno è in grado di dirti con assoluta certezza se e quanto sia vera. Sta di fatto che nel 1961, coi soldi del centenario dell’Unità d’Italia, quando si polemizzava meno sui giorni di festa e si badava più al sodo, si costruì la scuola media intitolata a Giosuè Carducci. Mentre scavavano per buttare giù le fondamenta venne fuori una fossa enorme, piena di vecchi cadaveri, molte ossa. Erano soldati dell’esercito borbonico e civili probabilmente fucilati. Alcuni ti raccontano che da ragazzini andavano a buttare i bottoni di quelle vecchie divise e se li scambiavano con le figurine dei calciatori, senza nemmeno sapere che erano d’argento. Non si sa molto della verità di questa storia, anche se c’è chi la racconta convinto che sia una metafora potente, un’immagine che spiega tutto. Sotto terra i vinti della storia, i dimenticati senza onore, nascosti in fretta e furia, sopra la scuola dove insegnare la storia scritta sempre dai vincitori.

Oggi, in questa giornata di metà febbraio illuminata dal sole, in giro per Gaeta sono tantissimi a esserne convinti. Ne incontro alcuni, sul lungomare. Hanno un’aria mite e febbrile assieme. “Dicono che parliamo troppo, che facciamo polemica, ma qui è come se dovessimo recuperare un secolo e mezzo di silenzio”. Comincia uno: “Ma lei lo sa quale guerra cruenta si è combattuta nella sua città, italiani contro italiani, una vera e propria invasione senza uno straccio di dichiarazione di guerra, lo sa che si moriva sotto i cannoni oppure si crepava di tifo?”. Rispondo che lo so, ma è inutile, loro ormai sono partiti. Le voci si sovrappongono. “Ma lei lo sa che a lavorare sulla repressione del Sud furono mandati ufficiali della Legione Straniera perché molti ufficiali italiani rifiutavano di fare quel lavoro sporco? Lo sa che il deficit del bilancio italiano nacque con la repressione del 1861 e lo ripianarono coi soldi del Banco di Napoli? Lo sa che la sorte delle Due Sicilie fu decisa da Francia e Inghilterra che non volevano avere nel Mediterraneo un impiccio anti-liberale al momento dell’apertura di Suez? E lo sa che, se l’unità fosse avvenuta in forma federale, la Grande Guerra non ci sarebbe stata perché la moglie di Francesco II era austriaca?”.

Torrenti di cose, l’altra faccia della Luna. C’è un ex allievo della Nunziatella che ogni anno viene qui, sui vecchi bastioni, a portare una corona d’alloro ai caduti. C’è un dirigente d’azienda che ha scoperto la sua identità di meridionale quando ha dovuto andare a lavorare al Nord. “Qui a Gaeta l’esercito borbonico ha salvato l’onore, e c’era un re che non è scappato a differenza di altri un secolo dopo, ma di questo non si è mai parlato”. Ci sono troppe cose che non so ma in questo momento più di saperle mi importa di ascoltare parole che sembrano dimenticate in questo pantano, come “onore”, come “dignità”. “Lo vede quel bastione lassù? Da lì gli sconfitti partirono per la prigionia cantando canzoni d’amore, che non vennero capite”. La verità, come la storia, ha mille facce. “Pensi che in Lucania hanno ancora paura dei bersaglieri perché impiccavano la gente. Lì i cosiddetti briganti sono considerati partigiani. E lo sa che il capo della colonna che doveva far sollevare Palermo prima dell’arrivo dei Mille si chiamava Badalamenti,e che suo pronipote, oggi in galera negli Usa, si vanta ancora di questo suo ascendente?”. Povera Italia, mi viene da pensare, dove tutto cambia perché nulla cambi. Che litiga sulla sua memoria ma alla fine non avrà né vincitori né vinti. Solo sconfitti che combattono contro sconfitti, come Garibaldi, come le legioni piemontesi, come i soldati di Gaeta. La storia è matrigna per tutti.

Da queste parti adesso non vogliono partecipare ai festeggiamenti per l’Unità d’Italia a metà marzo ma solo commemorare l’assedio a metà febbraio, l’assessore sudista Ciano ha dato del “traditore” a Napolitano, poi sono arrivati i “fondamentalisti borbonici” (fanno paura solo a nominarli, pare che esistano) a contestarlo perché collaborazionista dello Stato unitario, l’amministrazione aveva messo una stele a ricordo delle vittime dell’assedio poi l’hanno tolta perché pare fosse abusiva, poi ieri l’hanno rimessa per l’occasione, era stato pure proposto di organizzare una specie di “anti-Sanremo del Sud” però mancano i soldi, del risarcimento chiesto dal Comune a Casa Savoia un paio d’anni fa per i danni dell’assedio ovviamente non s’è visto un euro. Insomma, le premesse per buttarla in caciara, come sempre in Italia, c’erano tutte, eppure si respira un’aria composta, anche coi sentimenti che ribollono sottopelle. Il sindaco civico Anthony Raimondi temeva contestazioni ma poi ha fatto un bel discorso. “La verità rafforza l’unità – ha detto – e nessuno disconosce l’onore di questa fascia tricolore che portiamo addosso, vogliamo approfittare di questo anniversario non per un revisionismo storico sterile ma per capire perché ancora oggi questo Paese vive fratture insanabili ed ha una questione meridionale sempre viva. Forse capire come è avvenuta quell’Unità d’Italia 150 anni fa, forse capire le ragioni del sangue versato dai vinti ci permette di capire l’oggi, di cosa ha bisogno questa nostra Italia”.

A un tratto mi sale la tristezza: possibile che questo compleanno nazionale deve essere l’ennesimo pretesto per scannarci fra polentoni e terroni, per parlare di massacri e ingiustizie (quale Stato moderno non ne ha sul suo certificato di nascita?), per stabilire se fossero più cruenti i briganti che bevevano nei teschi dei piemontesi o i piemontesi che torturavano i briganti nel lager di Fenestrelle? E se ci guardassimo allo specchio per vedere quello che di bello c’è rimasto addosso? E se ci affacciassimo alla finestra del mondo per vedere nient’altro che il futuro? Di gaetani comunque, tra fischi e cannoni, se ne vedono pochi. Come centocinquant’anni fa, i soldati e gli eroi si battevano parlando lingue diverse, molti s’imboscavano, e il popolo era impegnato a sopravvivere. Passeggiando per la mia città – che fu chiamata “la fedelissima” ma che in fondo si è data a chiunque la prendesse – vedo chiese sbarrate, caserme sul punto di crollare, il vecchio castello ex carcere in abbandono. La storia uccide quasi quanto l’ignavia. Ci sono posti che vivono sempre sotto assedio, perché senza assedio non saprebbero vivere, e soprattutto non saprebbero a chi arrendersi. Alla fine vado sotto il Municipio, mi viene voglia di vedere un tricolore e se ne trovano pochi in giro, canticchio quella bella canzone d’amore di Vecchioni, “i nostri figli andranno per il mondo, e non verranno i piemontesi ad assalire Gaeta, con le loro Land Rover e le loro Toyota”.

italia 150

Luca Di Ciaccio • 13 febbraio 2011


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