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Divani e sanremi

Il festival di Sanremo è quella cosa per cui una settimana all’anno vecchiette telemorenti nei loro tinelli con badante ucraina al seguito, notabili con mogli impellicciate nella platea di un teatro di provincia ligure, thirty e fortysomething cresciuti a pane e disincanto e solitamente abituati a raffinate serie tv americane, si ritrovano tutti uniti, come fossero seduti tutti insieme su un unico divano, a sorbirsi un tripudio di canzoni stucchevoli, sparlare dei conduttori televisivi, commentare i vestiti da sera e i fiori sul palco, indovinare i tormentoni, sentire chiedere all’ospite pagato in dollari se gli piace l’Italia, alla fine uguali uguali ai loro genitori nel 1973.

Io stesso non me ne perdo un’edizione, lo guardo ogni anno, mi appassiono alle sue grottesche vicende, ne scruto i suoi farlocchi risvolti sociali. Insomma, è indubbio ormai che io ami Sanremo, e lo ami di una strana eccitazione da fiera della domenica mista a parossismo delirante, una sensazione che alla fina si spalma ammosciata tutto attorno lasciandomi inebetito e pronto a fare finta di niente. Lo so che il Festival è una follia senza senso, lo so che la Rai è quella cosa lì ormai da anni. Ma se c’è qualcosa di perverso che mi attrae in Sanremo è proprio quel suo essere l’unico evento assolutamente pop in circolazione in Italia, sebbene senza nessuna valida ragione che lo renda tale – non le canzoni, non i superospiti, non la dinamica televisiva, non lo star system che non abbiamo, non il mercato musicale – e proprio per questo baracconescamente affascinante nel suo mischiare ambizioni e fallimenti, snob e camp e kitsch e vincenzimollica, nel suo essere annunciato ogni anno come pieno zeppo di “novità” e al tempo stesso fedele alla “tradizione”, una formula piuttosto contraddittoria ma perfettamente italiana nel suo dire tutto e non dire niente, cosicché alla fine il fatto che al posto di Clooney ci sia Pupo porta a rimescolare trionfalmente ogni registro e intenzione. Alla fine che due o tre canzoni siano un po’ sopra la media della sufficienza, o che squadriglie di autori indovinino due o tre battute, è tutto sommato ininfluente sul risultato complessivo: uno spettacolo che se non fosse mai esistito a nessuno verrebbe sensatamente in mente di inventarlo.

Insomma, si tratta di un meccanismo in cui per cinque giorni l’intero Paese viene risucchiato in tubo di pixel e pailettes, come se fosse la cosa più importante al mondo, e subito dopo ne esce senza alcuna traccia apparente, la settimana dopo è come se tutto ciò non fosse mai esistito, nessuno pare ricordarsi più il nome del presentatore e tantomeno quello della canzone vincente, tutto sparito dalle nostre vite dopo averle così ingombrantemente occupate. Come lacrime nella pioggia, canterebbe qualcuno. In un certo senso, Sanremo potrebbe essere considerato lo specchio dell’Italia solo per questo, solo per il fatto che ambisce davvero ad esserlo. Basta vedere i dati d’ascolto: ogni anno sono nove o dieci o tredici milioni di spettatori, il 40 o il 45 o il 50 percento e rotti di share, numeri enormi, scriteriati, eppure è come se non bastassero mai. Lo spettacolo del festival ambisce a un regime totalitario. Tutto racchiuso nella tautologia più smaccata ed esibita, quella del celebre e ormai immortale refrain pippobaudesco: perché? Perchè Sanremo è Sanremo! Chiaro, no?

D’altronde, e quelli come me che amano Sanremo anche senza ammetterlo lo sanno, tutto questo baraccone ha a che fare con un atteggiamento tipicamente italiano: quello di volersi sentire un’avanguardia di buoni e giusti che si inoltra in territorio nemico, oppure una pattuglia di anticonformisti ma ben protetti dentro una solida maggioranza. Dunque tutti quelli, nessuno escluso, che guardano il festival è chiaro che lo fanno per il puro piacere di scorticarlo, di parlarne male, di partecipare al ludibrio collettivo. Una sorta di rito di purificazione nazionalpopolare che si consuma nella gogna sfibrante di cantanti e conduttori, vallette e ospiti, commentando il crollo dei rimmel, l’infortunio estetico, la stecca, la battuta goffa, l’ospite loffio, con consumato cinismo. Mentre gli intellettuali, nella stanza accanto, si riuniscono pure loro, a crocchi, per sghignazzare sulla minorità della cultura di massa, o al massimo rifugiarsi nella categoria del “trash”, parolina magica che ormai salva chiunque dal peso di dover giudicare qualcosa come “bello” o “brutto”. Una pantomima assurda, da commentare magari per noi che siam moderni a colpi di facebook e twitter, un po’ come il governo Berlusconi. Poi uno si chiede come faremmo se ci togliessero il festival di Sanremo e anche Berlusconi? A chi potremmo dare la colpa della nostra stupidità nazionale? Forse “a chi sta uccidendo il pensiero” come cantava il professor Vecchioni nella canzone più televotata.

sanremo

Luca Di Ciaccio • 20 febbraio 2011


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