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Il fare politica

C’era un documentario, anni fa, “Il fare politica” si chiamava, girato da un regista francese in un piccolo paese della Toscana. Questo regista per oltre vent’anni, dall’inizio degli Ottanta in poi, andava a riprendere e intervistare quattro militanti del Pci, raccontando cosa succedeva nelle loro vite e nel loro impegno politico anno dopo anno, mentre i tempi cambiavano, il loro partito mutava pelle e loro stessi accumulavano esperienze, disillusioni e grigiore di capelli. Per loro il “fare politica” rappresentava una cosa nobile e forte, organizzare il conflitto e insieme la convivenza, sentirsi parte di una comunità storica e culturale. Anno dopo anno le loro strade si allontanano, si seperano. C’è chi dice che è più facile continuare che smettere ma due di loro lasciano, uno cambia partito e poi se ne va. E l’impressione che resta nello spettatore è che quello che alla fine resta, a fare una sua piccola e onorevole carriera nel partito che nel frattempo ha cambiato nomi e bandiere, sia forse il meno brillante del gruppo, quello che forse non avrebbe saputo fare altro nella vita. Sempre più persone in realtà si sentono estraniate dall’idea di politica, gente che anche quando fonda movimenti e organizza manifestazioni si affanna a dire che per carità “non siamo una cosa politica”, confendendo forse la politica con le beghe dei partiti o con quei programmi demenziali di tribune elettorali. Forse hanno un po’ ragione.

Pensare il futuro, oggi, è una gesto che non può farsi dare il calendario dalla politica. Il futuro è un salto in lungo, un appuntamento che avremo tra anni, non domani, non alla prossima seduta della commissione parlamentare, non alla prossima riunione sindacale, non alle prossime elezioni. Se sei intelligente e hai voglia di spenderti per migliorare le cose, oggi, puoi fare mille cose possibili, ma non la politica. Io per esempio ho sempre resistito alla tentazione di prendere qualche tessera di partito. Talvolta ci ho anche pensato, e pensato parecchio. Poi, alla fine, ho pensato che, come ho letto da qualche parte “alla fine è questione di cercare di essere veri con se stessi, prima che con tutto il resto”. E per stare in un partito bisogna avere tempo e voglia di fare riunioni, discutere, andare al mercato a distribuire volantini, fermarsi dal barbiere a parlare, provare a convincere qualcun altro, e io non so se la crisi dei partiti sia colpa di chi li governa o della scarsa attitudine di molti di noi a fare tutte queste cose. Certo, oggi si diffida di chi prende la politica come un impegno totalizzante, e forse a ragione: la politica registra con molti ritardi e difficoltà quello che nella società accade e si muove, troppo impegnata com’è a organizzare le sua messinscena abusive.

E’ difficile oggi il “fare politica”. Le fatiche, le delusioni, le frustrazioni che la politica infligge sono imparagonabili alle soddisfazioni che per altre vie questi tempi offrono a qualunque giovane intenda fare cose belle e proficue, per sè e per il mondo. Ma così resta il problema: se per quelli volenterosi non c’è spazio, la politica di professione chi la fa? E’ un cane che si morde la coda. Ci sono persone che sanno (o intuiscono) quello che c’è stato prima e non vogliono ripeterlo, che non sanno (eppure intuiscono) quello che verrà dopo ma non sanno come cominciare. C’è chi si impegna e poi sente il rischio di diventare l’ennesimo striscione che reclama spazio in fondo ad un corteo, o l’ennesima firma in calce a un appello per la pace nel mondo, o l’ultima illusione per un aspirante leader mancato o soltanto inadeguato. Quanto è faticoso cercare nuove parole e infine ritrovare quelle antiche, ma cambiate, con significati inaspettati.

Luca Di Ciaccio • 21 febbraio 2011


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