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La caduta dei tiranni

I tiranni di fronte alla loro caduta si assomigliano tutti. Sono troppo vecchi, troppo potenti, troppo schiavi del potere per accorgersi che tutto sta sbriciolando. Appaiono, vaneggiano, promettono, minacciano, paventano riforme che mai si erano sognati di fare, sbattono i pugni sul tavolo. Annunciano talvolta di volere resistere fino alla morte, che però sarà possibilmente quella degli altri, e del loro stesso popolo. Non capiscono perché non possono capire, altimenti non sarebbero quello che sono. Rintanati in un palazzo lussoso o in un bunker dirottati, baciati da giuda che presto li tradiranno o che si trovano costretti a resistere per il terrore di essere portati in giudizio.

Dove siete ora? Dove eravate prima? – chiedono alle folle che un tempo riempivano per loro le piazze e adesso con la stessa velocità gli hanno voltato le spalle, e così come li innalzavano agli altari ora con lo stesso entusiasmo sono pronti a rivoltarli nella polvere. E lo chiedono ai leader che con la stessa ipocrisia ieri gli erano amici in nome dei propri affari e oggi gli diventano nemici in nome dell’altrui libertà. Dove siete, chiedono, e la domanda che pongono al popolo risuona soprattutto per se stessi, perché sono pazzi – e la pazzia è la nudità dei re quando il loro potere scivola via – e dunque convinti che ci sia sempre un ultima falange, un ultimo fortino disposto a difenderli, per una malintesa idea di tradimento e di onor di patria.

Luca Di Ciaccio • 23 febbraio 2011


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