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Vittoriano

Alla fine l’occhio si abitua alla cascata di marmi bianchi dell’Altare della Patria, anche detto Vittoriano in quanto monumento eretto in onore di Vittorio Emanuele II Padre della Patria, da altri paragonato a un’incongrua torta alla panna, di certo fra i monumenti più fotografati al mondo, dai giapponesi e perfino dagli irpini, nonchè luogo prediletto da aspiranti suicidi che fanno compagnia al milite ignoto, “dal quale la città di Roma è stata sfigurata in modi irrimediabili (ma con ciò non si creda che io sia tra coloro che oggi vorrebbero demolirlo)” come scrisse una volta il critico d’arte Federico Zeri.

Quando si dovette tirarlo sù, cent’anni fa, il Regno d’Italia indisse un concorso di idee per questo monumento al Re. Partecipò un sacco di gente, e nel 1884 uno strepitoso libro di Carlo Dossi, intitolato “I mattoidi”, prese in rassegna i progetti che erano stati presentati “da ragionieri, impiegati, medici, avvocati… opere grandiose, grottesche e strampalate”. Tra i progetti previsti: templi in mezzo a grandi laghi artificiali, oppure quattro fortezze in stile gotico, o ancora una grande mano dove il pollice era Pio IX, l’indice Carlo Alberto, il medio Vittorio Emanuele, l’anulare Umberto e il mignolo il principe Vittorino. Un progettista voleva costruire sopra Castel Sant’Angelo un “Gloriadeum” con le statue degli uomini illustri di tutti i paesi compreso Cristo “ma con le spalle volte al Vaticano, tié”, e il re a cavallo in cima ad una salita a spirale percorribile con le carrozze e persino con un piccolo tram. Quel libro divenne un capitolo del famigerato studio di Lombroso sui rapporti tra l’arte e la follia. In realtà, come scrisse Zeri, fu un magnifico racconto “sull’infetto kitsch italiano”. Oggi che abbiamo cambiato vestiti e retoriche, dopo che tante ne sono passate, nessuno sopporta più l’idea solenne di monumento, lo sprezzo del ridicolo, la pietra, il marmo, il bronzo disposti a restare coerenti per l’eternità.

Luca Di Ciaccio • 18 marzo 2011


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