Ludik

un blog

Beato lui

Erano i giorni del Papa, quello vecchio. I giorni della morte del Papa. E io stavo lì, a seguire la grande messa in scena. La situazione, si sa, si portava dietro tutta una serie di sentimenti discordanti. La tristezza. La malinconia. Il sollievo. L’ammirazione. La contemplazione. La superstizione. Il fastidio, anche. Avevo passato molte ore in piazza San Pietro mentre scorrevano i giorni dell’agonia, a scrutare finestre e telecamere accese, tra chi smaniava e chi pregava. Avevo visto da vicino quella coda che non finiva mai, e più erano le ore papali di televisione più si allungava la coda, da piazza San Pietro lungo il Tevere, e più si allungava la coda più si allungavano le ore papali in televisione, coi primi videofonini che cercavano un varco tra la folla, di fronte al papa morto, imbalsamato.

Avevo sentito lo srotolarsi degli striscioni con la scritta “santo subito”, nel mezzo di un funerale coreografico, accavallato com’era tra la modernità disinvolta degli applausi e dei cori da stadio e la ritualità medievale della liturgia, incastonato com’era in una babele di lingue e gesti e colori, poveracci con la seggiola e la radiolina e potenti con la scorta e l’abito scuro, ieratici cardinali spazzati dal vento e campeggiatori appena svegli in mezzo al brulichio di gambe e piedi. Avevo intravisto in mezzo al caos di un teatro enorme persone rannicchiate per una preghiera solitaria, lontana da tutti, o per una confessione discreta, lontani anche da loro stessi. Una cosa caparbiamente antica e prepotentemente moderna, m’era sembrata. Ne rimasi sopraffatto, quasi. E forse è quello che avevano pensato in molti in quei giorni, credenti e laici, buoni e cattivi: che si stava esagerando. E un certo punto qualcuno cominciò a fare una domanda, come un figlio al papà: “Ma perché ti emozioni se tanto non credi che Dio esiste?”. Avevo corso, anche, in mezzo alla gente, ai tassisti che sfrecciavano, ai vigili che sorridevano – “ma che c’è, c’è già er Papa?” – dopo la fumata bianca, con quelli che si chiedevano se ci sarebbe stato prima o poi un altro Wojtyla capace di parlare con il linguaggio del proprio tempo a una chiesa sempre più a disagio. Erano i giorni del Papa, pure questi. Principi che si sposano a Londra, vecchi pontefici fatti beati a Roma. Il matrimonio darà un erede al popolo, la beatificazione darà un santo al popolo. Mi torna in mente “Habemus Papam” di Moretti, la scena col balcone vuoto, con il vento che scuote il tendaggio pesante.Deficit di accudimento, dice il protagonista: tutti vogliono essere accuditi ma nessuno vuole farlo per gli altri. Nella sera grigiastra che cala vedo due giovani pellegrini francesi con la maglietta bianca e la scritta “Totus Tuus”, che pomiciano seriamente appartati a una colonna di cemento sul piazzale della stazione. Ce ne saranno ancora. Laudato sii, Seigneur.

papawojtyla

Luca Di Ciaccio • 2 maggio 2011


Previous Post

Next Post