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Il mistero della pantera gaetana

La pantera sarebbe arrivata al tramonto. Sarebbe sbucata fuori da un’aiuola, tra le vecchie giostre e il parcometro. Sfuggente e spaventosa avrebbe fatto la sua apparizione nella piazza del paesone gaetano, tra il municipio e il corso. Di soppiatto avrebbe assalito le tavolate e gli stand, divorando in un attimo tutte le tielle possibili e immaginabili, quelle di polipi e pure quelle di scarola, senza pagare e senza dire grazie, e facendo fuggire col sangue gelato nelle vene tutti i presenti alla festa della tiella, il sindaco in testa seguito da un corteo di massaie urlanti, il parroco ancora col boccone in gola e i turisti capitati lì per sbaglio, e dileguandosi infine nei vicoli del borgo. Eccolo l’apice, il culmine, il redde rationem, e già lo immaginavo come la scena di un film di Romero.

Invece all’improvviso leggo la notizia che interrompe visioni e congetture: catturata la pantera di Gaeta. L’hanno presa. Mi lascio assalire da un misto di sollievo e delusione. Erano cinque giorni che le notizie della pantera gaetana si susseguivano su siti internet e giornali, una serie di avvistamenti – lo stesso termine che viene usato dagli ufologi – di un felino maculato che è penetrato in questa stordita primavera di provincia. La pantera, raccontavano i giornali, se ne va in giro attraverso la topografia locale, tra sterpaglie e immondizie, terreni agricoli in disuso, aree industriali abbandonate, una linea ferroviaria dismessa. Si sono consultati naturalisti, esperti, veterinari, agenti della Forestale, sono stati avvisati quelli del circo da dove però nessuno era fuggito e si sono fatte congetture su eventuali possessori di animali esotici, infine a stilare la segnalazione decisiva pare sia stato il vicesindaco, che appunto di professione fa il veterinario.

Nessuno sapeva se e come la pantera si nutrisse, o perlomeno nessuno ha notato pollai divelti o capretti sbranati. Volanti della polizia accorrevano sui luoghi degli avvistamenti per intercettare a loro volta l’animale, per prenderne atto, censirlo, per quanto possibile arrestarlo. Ora che – ho letto – è stata catturata però vorrei una prova. Vada Lazio Tv a intervistarla, vada il sindaco Raimondi a darle una medaglia, vada il pasticciere Stenta a offrirle una delle sue palle ciotte di cioccolato. E’ pure vero che gli avvistamenti di pantere e simili sono una categoria a parte delle bufale mediatiche e delle leggende metropolitane. Organismi felinoidi non identificati, li chiama Paolo Attivissimo, esperto smontatore di bufale sul suo blog. Fu lui a notare che un video diffuso dai telegiornali sulla presunta pantera che si aggirava mesi fa per Palermo riprendeva in realtà un gatto nero seduto sulla balaustra di un balcone. “E gridare aiuto aiuto è scappato il leone, e vedere di nascosto l’effetto che fa!” cantava Jannacci tanti anni fa, e in effetti quel grido allora surreale e situazionista è oggi diventato un avviso ricorrente: svaniscono le tigri dei circhi di passaggio, pitoni e boa dagli appartamenti di gente scriteriata, e ogni tanto intercettiamo pantere che appaiono e scompaiono. Pantere vere, non come le pantere di inizio anni Novanta, quelle che battezzavano i movimenti studenteschi dell’epoca, pure quelle però ispirate a un felino vero, avvistato a Roma nel Natale del 1989, pare nel mezzo di via Nomentana, mica solo alle violente Black Panthers americane.

La specifica morfologia della pantera, così come la sua natura – il carattere predatorio, l’agilità, l’attitudine mimetica, la sua capacità di esistere sul crinale tra presenza e assenza, tra percezione oggettiva e miraggio, sempre comunicando un senso di indecifrabilità e di mancanza – sono dunque la sintesi di qualcosa di intensamente selvatico. La pantera così si è infilata nei pigri pensieri dei gaetani, più simile a un presentimento – un timore?, una speranza? – che a una bestia da identificare. C’è chi sostiene di averla inquadrata col telefonino, – “la vedi, quella macchia scura?” – passando dalla Flacca, c’è chi l’ha intravista nelle nuove case delle cooperative appena costruite e chi dice che era tutta bianca ma poi si è macchiata passando dalle parti del pontile petroli, c’è chi l’ha incolpata della mancata bandiera blu e chi ha proposto di rinchiuderla nella vecchia vetreria.

Voci, ipotesi, chiacchiericci. Una signora ha raccontato di essere scesa la sera a buttare l’immondizia e di essersela trovata davanti. Chissà se in quel momento gli occhi gialli dell’animale hanno ricambiato lo sguardo allibito dell’umana donna. La pantera, intanto, si aggirava in tutti gli spazi vuoti del territorio gaetano, sui terreni delle promesse non mantenute, sui luoghi ai margini della città. Tra case abusive e in costruzione, zone petrolifere da bonificare e vecchie ferrovie da riattivare, aree edificabili e consorzi falliti. L’epifania del temibile felino, in una comunità di disillusi e abituati a tutto, sembra voler richiamare una vitalità perduta, la nostalgia di un coraggio mai provato. Difatti, verso sera, arriva l’altra notizia: la Guardia Forestale smentisce di aver catturato alcuna pantera nei dintorni di Gaeta. Ci penso ancora – alla pantera ancora vagante – mentre ritorno dopo settimane di assenza e mi accorgo di osservare le collina di Monte Orlando, e insieme le alture più brulle che dal mare degradano verso le periferie cittadine, nell’attesa di scorgere anche io un frammento ferino. Un muso, una zampa, una macchia. Trascorro minuti interi a osservare rocce e dirupi, radure e cespugli, a domandare allo spazio una visione. Non vedo niente, non merito il fantasma.

Luca Di Ciaccio • 20 maggio 2011


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