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Telefoni a manovella

Ho infilato il dito nel disco rotante di un vecchio telefono bigrigio della Sip. Solo la casa abbandonata di una vecchia zia poteva riservarmi una tale sottovalutata soddisfazione. Epifania di un oggetto in via di estinzione. Divorato, consumato da predatori più potenti. Vecchi telefoni fissi cannibalizzati da un’invasione di agili telefonini cellulari. In Italia di cellulari ce ne sono circa 70 milioni, mentre gli apparecchi fissi sulle scrivanie sono 28 milioni. Dimenticati, come insetti in letargo. Come dinosauri accasciati in un angolo del corridoio. Suonano ogni tanto, negli uffici, e si sobbalza dal terrore. Si risvegliano talvolta nelle case, all’ora di cena, è non può che essere un’invandente pubblciità o qualche anziana nonna.

Era bello il telefono a rotella, prima ancora che, al tramonto, venisse rimpiazzato da quelli bianchi e neri coi tasti quadrati, con gli asterischi e i cancelletti ad annunciarci un mondo ancora ignoto. Telefonare era un arcipelago, a ripensarci. Capitava ancora di sbagliare numero o che ti telefonasse qualcuno che cercava qualcun’altro, perché i numeri bisognava fari a mano, e ogni volta ricominciare daccapo. Non sapevi mai chi era. Adesso dai un’occhiata al display e predisponi la risposta, oppure rifiuti la chiamata. L’anonimato aiutava gli scherzi e diluiva le attese. Ci si dava appuntamento a un data ora, che si stava a casa o in ufficio, con la cornetta sottomano.

Telefonavi agli amici e ogni volta eri costretto a entrare nel loro mondo inesplorato di suoni e di stanze. “Pronto, buongiorno signora, c’è Riccardo?”. E nell’attesa che la madre chiamasse Riccardo e Riccardo arrivasse all’apparecchio tu ascoltavi il suono di casa sua, il rumore di stoviglia, un televisore accesso, una risata in sottofondo, a volte l’eco di un litigio. In un mobile accanto ritrovo anche un paio di vecchi elenchi telefonici, con le le loro pagine di carta fina, attaccate una all’altra, e cataste di nomi e di numeri, indirizzi e località in corpo 10. Me le ricordo che mi aspettavano impilate nell’androne in un imprecisato giorno di primavera, al ritorno da scuola, e mi ricordo com’ero contento di portarle dentro casa. Mi sembrava di trasportare la mia città e la mia provincia. Oggi Facebook e i cellulari misurano spostamenti e reti di relazioni, e non raccontano più a chi apparteniamo. Chissà dove sono finiti tutti quei numeri che non rispondono più o che hanno imparato a farsi trovare ovunque senza dirti dove sono. Dove sono andate e tutte le voci e parole dette al telefono?

Luca Di Ciaccio • 1 giugno 2011


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