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Esposizione Universale Roma

La strada verso l’Eur prevede che i vagoni della metropolitana salgano in superficie all’altezza della Magliana, lasciando intravedere il leggendario struggimento dell’edilizia popolare circondata dal mare giallo-verde di erbe selvatiche. Più in là, oltre il cerchio estremo della città, i non-luoghi, prati finti dei centri congressi solcati da hostess precarie, le astronavi delle ikea e dei warner village, gli aeroporti e i fast-food. Antesignano dei non-luoghi è l’Esposizione Universale Roma, acronimo prebellico di Eur. Cammino sotto un sole incerto di primavera, l’aria è quella dolce e inquinata che da il malditesta, mi guardo intorno. Osservo il profilo angolare del Colosseo quadrato che si staglia all’orizzonte, pura metafisica da asporto. La prima pietra del quartiere era stata posata per l’esposizione universale in salsa littoria che avrebbe dovuto celebrare il ventennale della nera marcia e che invece, causa guerra, non ha mai avuto luogo. Tutto questo accresce il suo fascino.

Un’immane vuotezza sorregge i viali, le piazze, gli archi, le sale congressi, i portici, i colonnati e tutto si fonda sul buco nero di un appuntamento mancato. Dai curvoni laterali si arriva alla scenografia più sommessa e borghese, ma complice dell’altra, quella delle villette benestanti con giardino, delle case eleganti, delle palazzine borghesi. Cammino e guardo, mi viene da pensare che tutto questo quartiere sia stato fatto per camminare e per guardare, come se queste attività permettessero di passare indenni tra le illusioni della storia. La retorica di regime si sovrappone a quella dei colletti bianchi di cui l’Eur è diventato l’anonimo habitat. Gettando luci e ombre su entrambi gli scenari. Sui sei-per-tre pubblicitari di biancheria intima della Cristoforo Colombo modelle e modelli che sembrano pupazzi enormi di plastica, nessuna gigantesca Anita Ekberg scenderà dal suo cartellone a inseguirmi per le strade del quartiere, come con il terrorizzato Peppino De Filippo in quel vecchio mediometraggio di Fellini, “Le tentazioni del dottor Antonio” nel film a episodi “Boccaccio 70”, con in sottofondo l’ossessivo jingle pubblicitario cantato da un coro di voci bianche, “bevete più latte, buon latte italiano, il latte fa bene, a tutte le età!”.

Mi volto: il bianco dei marmi dei palazzi dell’Inps e dell’Ina forma una retta accecante fino al dirimpettaio Palazzo dei Congressi. Giro intorno al Palazzo della Civiltà e del Lavoro, quasi a cercare il rovescio delle facciate così fiere: cartoni, giornali bruciati, chiazze dense e appiccicose denunciano i rifugi notturni dei barboni. Un distinto cinquantenne orina sull’ultimo pilastro. Mi guarda, sono imbarazzato, dirotto lo sguardo sulla vuota allegoria di una statua. Più in là, tra nuvole in vetro-acciaio di archistar in costruzione e torri d’amianto ministeriali in demolizione, sotto l’obelisco, un mostro di pietra accenna a uscire dall’aiuola, a risorgere da chissà quale sepoltura, ha già fuori un braccio e una gambe, una mano e un piede, un’ orrida testa da orco. Pare che alluda al risveglio della libertà, che lo abbiano piazzato lì nel ventennale della caduta del Muro di Berlino per farci meditare politicamente. In realtà la gente nel traffico sghignazza passando attorno alla rotatoria. Compresi quelli che dopo il tramonto vanno veloce e puntano dritto al circuito mercenario della Colombo e della strade limitrofe, macinando chilometri da un crocicchio di femmine a un altro, contrattando il prezzo solo per parlare un minuto con una donna disponibile.

eur

Luca Di Ciaccio • 5 giugno 2011


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