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Compagni di scuola

Compagni di scuola, che fine avete fatto. Voi che all’ultimo giorno eravate già un po’ disillusi e però ancora felici. “Chissà – stava scritto nelle ultime pagine di un giornaletto di classe – se, come annunciato negli ultimi giorni di scuola, Francesco avrà davvero fumato un sigaro cubano fuori il bar, se Paola starà piangendo di paura mentre prepara la cartucciera, se Riccardo avrà avuto il coraggio di correre o riposarsi o andare in spiaggia, se l’altro Francesco starà ancora studiando o se Gisella reciterà il rosario”. E chissà se lo fanno ancora. O se l’hanno poi davvero sognato, negli anni che sono venuti, quell’esame. Si stava tutti insieme, in un’aula dalle finestre grandi, che affacciavano sull’universo infinito delle possibilità.

Sono passati dieci anni, un amico perduto, nessuna cena di classe, e resta l’impressione che quelle mattinate di sole e batticuore segnarono la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. Uno spartiacque definitivo tra un periodo e l’altro della vita, condensato in poche ore di prove scritte e orali sparse nel giro di una settimana. Eravamo quelli che ancora raccoglievano quindicimila lire a testa per i regali di compleanno e per le gite. Studiavano le partite doppie e il diritto, perché ancora non si chiamavano tutti licei. Scrivevano i compiti sul diario, e questi si leggevano a fatica tra scarabocchi e sciocchezze intorno. Preparavano l’autogestione e sapevano cosa fossero, in algebra, i radicali. Certe mattine uscivano alle 11,10. Dicevano derivata e gestione del rischio. Copiavano. Tiziano Ferro cantava “Rosso relativo”. Possibile che solo dieci anni dopo avessero, i maschi, già tanti capelli in meno?

“Notte prima degli esami” cantava quello, prima che la maturità giunga a dettare le sue leggi, a imporre i suoi doveri. E voi professori di scuola, dove siete andati. Voi che dal primo giorno eravate belli pronti a farvi dissezionare da sguardi imberbi e impietosi, le zitelle inacidite e i supplenti giovani, i mezzi matti pieni di tic e quelli che parlavano d’altro invece che spiegare la loro materia, quelli arcigni e severi e quelli bizzarri ma che forse a qualcuno aprirono la mente. “Senza il prof Taldeitali io non sarei diventato ciò che sono, e lui chissà cosa è diventato…”. Chissà se stanno sempre a lamentarsi coi loro alunni, dicendosi che ogni nuova generazione che passa sotto i loro occhiali appannati è sempre la peggiore, sempre la più sfaticata.

Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola, diceva il saggio. E tutto il resto mentre stavamo in classe e nel cortile, intorno alla cattedra o al cesso a fumare, nei pomeriggi chiusi in casa a ripassare o nelle gite come mandrie appena uscite dalle gabbie, seguendo con attenzione le lezioni o scrivendo disperati bigliettini d’amore. Ho visto un film qualche mese fa, “Immaturi”, un nome un programma, in cui un gruppo di quasi quarantenni si trova forzatamente (ma entusiasticamente) obbligato a rimettersi sui libri di scuola a causa del kafkiano annullamento del diploma scolastico. “Il liceo, alla fin fine, è una delle istituzioni più solide di questa nostra nazione a volte un po’ troppo liquida” scriveva Massimiliano Panarari su La Stampa poco tempo fa. Poi passano gli anni e l’ultimo giorno che finisci un lavoro e fuori arriva l’estate potrebbe essere quasi come l’ultimo giorno di scuola, se non fosse che mancano i gavettoni all’uscita e la beata incoscienza del futuro.

Luca Di Ciaccio • 18 giugno 2011


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