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Un muro a Berlino

Alla Siegessäule, sulla Colonna della Vittoria, ci deve essere ancora un angelo di Wenders che osserva dall’alto, immagino sorridendo. Lo stesso che un quarto di secolo fa seguiva quell’uomo anziano che cercava la Potsdamer Platz ma al suo posto trovava il vuoto, uno spiazzo di erbacce e terra battuta, una specie di terra di nessuno e il Muro di Berlino coperto di graffiti. Lo stesso che incrociò Marion, la trapezista che ballava da sola ascoltando la musica di Nick Cave, e camminava per la città grigia pensando che “in ogni caso non ci si può perdere, alla fine si arriva sempre al Muro”.

Il Muro era lungo poco più di centocinquanta chilometri, oggi a Berlino ne rimangono poche centinaia di metri, conservati come un monumento. Senza i graffiti di Keith Haring e delle altre migliaia di artisti veri o presunti che ci si sono allenati sopra, si mostra per quello che era veramente: un pezzo di cemento armato, squallidamente grigio, alto meno di tre metri, al di sopra del quale si vedono i palazzi che stanno sul lato opposto della via. Ci sono storie di gente schedata, punita, uccisa nel tentativo di scavalcarlo, colpevole di voler fuggire dall’altra parte, sempre da Est verso Ovest, anche solo di buttare uno sguardo di troppo. Ci sono le storie di chi ce l’ha fatta, scavando tunnel per mesi come in un sogno folle, approfittando di attimi di distrazione, agganciando dei bambini a una carrucola, nascondendo una ragazza in minigonna nella valigia, montando una mongolfiera di stracci. Per me, che nel 1989 ero un bambino, il Muro non è un ricordo, non è nemmeno una cosa davvero comprensibile, immaginare cosa volesse dire costeggiare quel pezzo di cemento, fare i conti con due mondi complementari, l’uno si specchiava nell’altro, l’uno esisteva per ribattere all’altro. I padri di Berlino portano i loro figli dove c’era il Muro, provano a spiegarglielo, ma chissà se loro gli credono.

Più in là, al centro della Strasse des 17 Juni, quella enorme, lunghissima via alberata che parte dalla Porta di Brandeburgo, costeggia i giardini enormi del Tiergarten e arriva alla Statua della Vittoria, si trova un monumento che raffigura un uomo che grida al cielo. Sta lì, piazzato in mezzo al viale, guarda in direzione del centro della città, e nei giorni del passato guardava anche dove c’era un muro. E sotto, incise nella pietra della stele, si leggono le parole del Petrarca: “Io vado per il mondo, e grido: libertà, libertà, libertà”.

Luca Di Ciaccio • 25 giugno 2011


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