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Capri non è più Capri

Alla libreria della Conchiglia, approdo letterario dell’isola, apro a caso un libro dalla copertina azzurra. Capri non è più Capri, dice lui. “Quando lasci Roma per Capri passi in 3 ore da una zona del mondo ad un’altra. E’ come se passassi un oceano. Un salto che normalmente ti richiede 12 ore d’aereo. C’è una trasformazione così radicale del paesaggio, dell’orografia, di tutto, che all’improvviso passi da una dimensione a un’altra. E quella in cui passi, quando arrivi a Capri, è la dimensione del mito. Poi questo mito è stato sporcato, degradato, quel che vuole. Ma nonostante tutto…”. Capri non sarà più Capri, penso mentre mi avvio a piedi verso Punta Tragara, ma nessuno di noi è mai stato Raffaele La Capria. Mi sfilo dalle comitive vocianti e frettolose di turisti appena sbarcati e pronti a risalpare, con un’ora di tempo per farsi il giro canonico piazzetta – profumeria – giardini di Augusto e poi via. Io ho appena qualche ora in più, un mio amico americano m’ha detto che Capri è il posto più caro del mondo dove passare una notte.

Sudavo sotto il sole implacabile, ordinando una granita e concludendo che in fondo su Capri si è speculato tanto anche in letteratura, mica solo nell’edilizia. Milanesi e giapponesi si avvicendano in piazzetta – tutto qui? così piccina? – dove però davvero in pochi hanno la ventura di accomodarsi ai prestigiosi tavolini. I giapponesi vanno a sedersi al Gran Caffè soltanto per le fotografie. Qualcuno scende dalla funicolare con un cartone di pizza. I capitalisti in passerella su via Camerelle sembrano più spiantati del solito. A quest’ora sono tutti acquattati nella costellazione di yacht e panfili all’orizzonte dei faraglioni. Osservo le foto dei vip che ogni ristoratore ha la mania di piazzare in bella vista, dentro e fuori dai loro locali, si comincia da Brigitte Bardot e si arriva fino a Umberto Smaila, passando per Pablo Neruda e per l’imprescindibile Peppino Di Capri.

Mi inerpico per salite ripide e lunghe discese tra le bouganvillee e i calabroni. Avessi l’abitudine di tenere una punta di oppio a portata di mano, potrei ancora sentire Filippo Tommaso Marinetti arringare i capresi affacciato al balcone del municipio o spiare il barone Jacques D’Adelswaerd Fersen mentre scioglie la cocaina nella sua ultima coppa di champagne. Ma fa solo molto caldo, i turisti e il mare mi danno fastidio come una risata preregistrata in un telefilm, andare su e giù sulla via Krupp, anche senza pericolo di caduta massi, mi appare come una raffinata forma di suicidio, col pensiero all’antico re dell’acciaio. Rimango senza fiato.

capriisole

Luca Di Ciaccio • 30 agosto 2011


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