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Quei binari tra Formia e Gaeta

Un piazzale, due rotaie annegate nel cemento, un fine corsa, due palme. Qui dove ora c’è un parcheggio un tempo c’era una stazione ferroviaria. La scritta a caratteri maiuscoli “Gaeta” è rimasta sul palazzina rosso scuro ora diventata un bar, giustappunto chiamato “Old Station”. Qui si fermavano i treni. Si fermavano e non andavano più avanti che quello era il capolinea e poi più avanti nemmeno si poteva andare che c’era il mare. A un certo punto non caricavano più viaggiatori ma soltanto damigiane e bottiglie. Arrivavano lì, davanti alla fabbrica del vetro, a due passi dalla spiaggia, e poi via indietro, verso chissà dove. Poi le cose sono cambiate, la fabbrica chiusa, il treno sparito, e le rotaie annegate nel cemento. Sono passati trent’anni. E’ rimasto un piazzale grigio e lungo come una pista di atterraggio, il più grande e il più grigio della città.

Ma nuove forme di vita nascono sempre anche nel grigiore dell’abbandono. Nella palazzina dei viaggiatori, come detto, c’è un bar dove le sere d’estate certe comitive di ragazzine in fregola si lanciano in karaoke disperati fino a notte fonda. A cavallo delle rotaie ogni mercoledì spunta fuori il mercato settimanale. Una macchia colorata fatta di gente, tendaggi, scarpe, frutta, verdura. Se passasse un treno li prenderebbe tutti in pieno ma il treno non passa e qui è un’esplosione di voci, suoni e rumori; come una stazione vera, solo in mezzo alle banane e al caciocavallo. Gli altri giorni della settimana il mercato non c’è e allora su un angolo del piazzale si può vedere il campetto di bocce. Lo frequentano i più anziani anche se di questi tempi si è aggregato pure qualcuno più giovane che ha perso il lavoro. Ci sono dei tavolini per giocare a carte e un gabbiotto per ripararsi quando piove. Ogni tanto scoppia qualche rissa tra nonnetti per via di un punto di briscola. Poco distante, su di un’inferriata arrugginita un piccione fa la guardia. Dall’altra parte della piazza, hanno tirato su un circuito per lo skateboard. Pedane di legno, trampolini, barre di ferro da starci in equilibrio. Ma i ragazzini si scocciano presto delle mode, anche di filare veloci sulle rotelle, e poi c’erano i grandi che dalle case lì sopra si lamentavano del baccano, e ora l’angolo dello skate è quasi sempre deserto.

Di riattivare la vecchia ferrovia se ne riparla da anni. Della nuova stazione, quella presentata in pompa magna tre anni fa dall’attuale sindaco Raimondi, con scalinate, palmizi e fontane zampillanti come nemmeno ad Abu Dhabi, però non c’è ancora traccia. La Regione, dicono, ha bloccato i finanziamenti. Pare di risentire le promesse, finite sotto il treno delle buone intenzioni: la nuova stazione vedrà arrivare turisti da tutte le parti accolti da una catapulta automatica che li proietterà direttamente sotto l’ombrellone della spiaggia che hanno prenotato, o sul comodo lettino del centro benessere a quattro stelle che sorgerà al posto della vecchia vetreria. Ma il treno dei desideri, cantava quello, nei miei pensieri all’incontrario va. E oggi per andare da Gaeta a Formia, o viceversa, bisogna ancora incolonnarsi nel traffico della litoranea, in auto o sugli autobus della Cotral.

In fondo a tutto però le rotaie indicano ancora la loro vecchia direzione. La Littorina, si chiamavano così i vecchi treni di paese, si infilava nella galleria di Calegna, attraversava Bevano, sfilava sui Venticinque Ponti da film western, scompariva nelle gallerie di Castellone e Rialto, raggiungeva Formia e proseguiva per Sparanise. Ci sono le case, per un pezzo, a costeggiare il tracciato. Se ripassasse un treno da qui, anche una metropolitana leggera di superficie, si potrebbe guardare cosa hanno fatto per pranzo le signore del primo piano. Quanti vagoni, quante persone e quante bottiglie sono passate di qua. Ora la vegetazione ha invaso le traversine, i campi un tempo coltivati sono pieni di erba alta. Canto di cicale e di scarpate. Vicino ai serbatoi della vecchia raffineria Agip spuntano i binari e le rotaie nuove di zecca, i lavori di riattivazione della linea finiti a metà, senza finora essere riusciti a trasportare né le merci del porto né i cittadini angustiati dal traffico.

L’unica soluzione è arrivare a Formia. Altro che littorine. A Formia fermano gli Intercity e andare in treno da Formia a Roma è come andare, a Roma, da Trastevere a viale Adriatico coi mezzi pubblici. Oppure andare in treno da Formia a Napoli è come andare, a Napoli, da Campi Flegrei a Pozzuoli, quando va bene. Certi giorni potresti non arrivare mai, da Campi a Pozzuoli. Solo che la stazione di Formia è assai impervia da raggiungere. Ci sono strade strette e curve, greggi di studenti che entrano ed escono dalle vicine scuole, vigilesse nel pallone, circuiti e incroci che inducono allo scoramento, anche se spesso arriva un ritardo delle Ferrovie dello Stato a salvarti. I cartelli luminosi dei parcheggi a pagamento, disseminati ovunque, quando non sono chiusi, tentano di indurre una speranza: almeno un parcheggio, prima o poi, lo trovi. Non si capisce come mai Formia sia la stazione principe del basso Lazio, penultima stazione della regione verso sud. Ma i formiani, che godono di questo privilegio, non si sono mai decisi ad adattare la loro viabilità al loro rango ferroviario. Tutt’al più loro continuano da decenni a parlare di Pedemontana, peggio che noialtri gaetani con la nostra Littorina da riattivare.

Per spostarsi tra Formia e Gaeta, città sorelle che tuttavia coltivano una cordialità di rapporti tipo quella tra Caino e Abele, infatti c’è solo un’arteria stradale, la Flacca. Che costeggia il mare e per un tratto del suo percorso passa dentro le città di Formia e Gaeta. Ci passa il traffico leggero, ci passa il traffico pesante, ci passano i turisti, ogni tanto ci passa pure il giro d’Italia. Una marea di autoveicoli che ogni giorno si riversa in questa vena d’asfalto intasandola sistematicamente. Percorrerla in estate poi, quando l’affollano migliaia di barricaderos campani assetati del mare del golfo è davvero un’impresa. E’ un problema di cui si parla da decenni: nei bar, sotto le palme, nei consigli comunali, sui giornali. Tutti quanti ripetono che una soluzione sta lì lì per arrivare, e si chiama Pedemontana. Una nuova strada che, prendendo da dietro le città, sblocchi traffico e intasamenti. Si mostrano studi di fattibilità, si srotolano progetti, si prefigurano tracciati. Insomma prima di ogni elezione pare che i lavori siano lì lì per partire tanto che a più d’uno, mentre l’oratore di turno parla, pare di sentire i martelli pneumatici sul crinale degli Aurunci. Naturalmente non sta scavando nessuno ma la suggestione si sa è quella che fa vincere le elezioni. Si sa come vanno le cose da queste parti: a furia di parlare di grandi progetti che mai verranno fatti ci si dimentica delle incombenze di tutti i giorni tipo fare giardini, mettere su lampioni, asfaltare e riasfaltare strade, costruire parcheggi.

Così, alla fine, uno si consola con quello che c’è. A me, per esempio, basta lo spettacolo che vedo ogni volta che torno da nord, passata la stazione di Monte San Biagio, e dopo ancora quella di Fondi, quando il treno supera la galleria di Itri. Specialmente in estate, quando i convogli regionali, privi di aria condizionata, sembrano piccole e mobili scatole sonore. E allora per non scoppiare dal caldo o per non affogare nell’afrore di plastica e varia umanità bisogna tenere i finestrini spalancati, e le finestre sintetiche del regionale sventolano come bandiere festose, o finiscono in faccia controvento al viaggiatore, trasformandolo in una specie di fantasma polveroso. Ed è lì, passata la galleria e con le tende che sventolano come bandiere, che si rimane accecati dal sole che sbatte sull’acqua increspata, e dalla colata di verde e campanili del promontorio di Gaeta, quel famoso panorama che noi gaetani quando siamo in vena di campanilismo ci prendiamo in giro i cugini formiani, “l’unica cosa bella di Formia è che si vede Gaeta”. Adesso, dopo epiche litigate, e in cambio di un via libera per un pontile petroli dell’Eni nel porto commerciale, i sindaci di Formia e Gaeta si sono messi d’accordo per cambiare il nome della stazione di Formia in stazione di Formia trattino Gaeta. Forse questo vuol dire che la resurrezione della stazione di Gaeta è stata archiviata per sempre. Oppure no, perché i sogni non muoiono mai, e le chiacchiere per aria dei nostri politici e amministratori nemmeno. Però io che ogni volta la vedo spuntare dal finestrino del treno so bene che la mia città è un posto che brilla di luce propria, si vede da lontano e chi ci vuole arrivare ci arriva. E non ha bisogno di implorare cartelli turistici a nessuno.

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Luca Di Ciaccio • 3 ottobre 2011


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