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Vatican City

L’odore forte dei fiori, la voce metallica degli altoparlanti, il freddo delle mura, i disegni di un dio che non si può comprendere. La città del Vaticano è una porta verso l’impossibile, o verso la convenienza. C’è anche una farmacia particolare, dentro la Città Stato, che possiede medicine che fuori da noi non si vendono, o che arrivano mesi dopo per via della burocrazia italiana. Creme per cicatrici da intervento chirurgico, latti in polvere per bambini prematuri, pomate cicatrizzanti per ustioni di secondo grado. Una volta ottenuta una ricetta medica, bisogna presentare il passaporto per ottenere un permesso, trattenersi tassativamente solo pochi minuti e poi sgattaiolare via.

Le frontiere del Vaticano sono muri, cancelli, marciapiedi stretti, metal detector alle porte di musei e basiliche. Risalendo il viale Vaticano, nel punto più sporgente della curva a gomito, per non rischiare di essere investiti dalle auto che ogni tanto sfrecciano verso Piazza del Risorgimento, bisogna stringersi sul ciglio dei due Stati, aderendo bene alle mura con tutto il corpo. Da un lato le palazzine condominiali come alveari nella valle dell’Aurelia. Dall’altro lato la sfilata maestosa di palazzi regali che si compiacciono della propria maestà. Da entrambi i lati, spesso, la proprietà è la stessa. Niente di ultraterreno, piuttosto un mondo extraterritoriale. Ogni edificio è talmente grande che dura diversi minuti di cammino. cancelli alti tre metri, regali finestre sprangate e telecamere onnipresenti, palme enormi nei cortili curatissimi e viste mozzafiato dagli attici che danno sulla Città blindata. Di fronte al Café Vaticano una fontanella senza rubinetto continua a sputare acqua buona, inconsapevole di cosa possa essere la sete

La Città Stato si gonfia e si sgonfia al sospirare del vento, della fede, dei privilegi fiscali e di quelli metafisici. Ogni movimento qui si fa pesante di storia. L’invasione dei turisti soffoca l’aria di sospetti. Pellegrini in ciabatte e macchina fotografica che scrutano i maxischermi della Panasonic per intravedere l’uomo vestito di bianco, poi fanno file lunghissime senza sapere nemmeno bene perché. Preti e suore camminano a testa bassa, soli nella loro promessa di fede. La via che porta al colonnato è un’iniziazione al mistero e ai souvenir, e il papa polacco tira ancora di più di quello tedesco. Le bandierine dei devoti fanno perdere alla facciata del Vaticano quell’alone di scintillante opacità che avvolge il suo nucleo più interno. Lì dove signori dagli abiti porpora si aggirano con discrezione, essere benedetti che non possono essere interrogati, perquisiti, processati o arrestati da nessun sistema giudiziario, nemmeno in casi di scandali neri, anzi nerissimi. Guardia svizzere dall’uniforme coloratissima e dall’aria gentile sorvegliano gli alti cancelli d’ingresso. Ci sono molti Stati fondati su un paradosso, nel mondo, e il Vaticano – o,44 chilometri quadrati di estensione – è uno di questi.

“Suvenìr of the Pope! Suvenìr of the Pope!” sento annunciare senza stanchezza da dietro una bancarella apparecchiata di oggetti sacri. “Se non ti piace questo Papa dietro c’è quest’altro, solo cinque euro!” ripete il venditore. Forse, anche per un non credente, la solidità di questa mura e di queste tombe di secoli e millenni, sono per già un’accettabile approssimazione d´eternità. Mi ritrovo davanti a ciò che resta della Porta Angelica, un tempo ingresso nelle mura Leonine, – protettrici del Colle Vaticano e della Basilica, dai musulmani – ed abbattuta nel 1878. Ciò che resta sono due angeli alati che tengono, ciascuno, una grande croce con la mano destra, ed un’iscrizione incastonata che recita “Angelis suis mandavit de te ut custodiant te in omnibus viis tuis”. Attorno sciamano turisti distratti e venditori abusivi, un odore di panini. Gli angeli ti sono stati inviati perché ti custodiscano in ogni tua via, sussurro tra me, camminando veloce, lontano dalla città del silenzio, verso la città del rumore.

chiesepapa

Luca Di Ciaccio • 14 ottobre 2011


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