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Una sera alla Sistina

La Cappella Sistina prima di vederla la senti. Ci arrivo da un cunicolo che gira e sale e scende, un cunicolo stretto e basso, con le pareti color ospedale. Superati gli arazzi, e le sculture, e i dipinti e le carte geografiche delle collezioni papali ho sfangato le opere d’arte più recenti e capito nel giro di poche stanze tutto l’irrisolto problema di Santa Romana Chiesa con quella cosa chiamata modernità. E ora davanti a me sono tutti in fila, strascicando i piedi.  Non ci sono quasi finestre, c’è poca aria. Si sente un inesorabile odore di umanità, dev’essere il lascito generoso di centinaia di ascelle e calzini internazionali che hanno calpestato questi corridoi in pio pellegrinaggio o in colto vagabondare.

Entro da una porticina da nulla, e prima di vedere alcunché, quello che sento è il boato uniforme e continuo di centinaia di persone stipate e sgomitanti che urlano a bassa voce. L’acustica della Cappella, allenata da secoli di ovazioni e bisbigli, restituisce un biblico e febbricitante frastuono. Strana impressione. Per fortuna c’è un guardiano che dice di far silenzio e di non scattare fotografie. La parte michelangiolesca che a me è sempre piaciuta di più è quella a mezza altezza, dove i corpi salvati e risorti salgono al cielo e quelli condannati vengono ricacciati giù. E tutti galleggiano come astronauti che giocano in una navicella spaziale per provare a dimenticare di essere soli come cani nell’universo infinito. E poi ci sono le dita che si sfiorano, quella del creatore e quella del creato, un’icona impareggiabile che resiste negli occhi cui è accaduto di vederla, perfino di fronte alla proliferazione di mille tovagliette e diecimila tazzine.

E mentre sono lì che ammiro e rimiro centinaia di metri quadrati di immagini che mi martellano come irresistibili spot, capisco che quelle stanno lì per rifilarmi in offerta speciale la più subdola delle merci: il complesso di colpa. Irresistibile è la tentazione umana di costruire mondi. Svicolo dal Giudizio Finale e finisco da Adamo ed Eva, la mela, il serpente, il castigo. Cerco rifugio un po’ più in là e casco nel Diluvio Universale, altro castigo, spettacolare, una pulizia etnica in grande stile. Perfino quel gesto meraviglioso, Dio e l’uomo, l’immagine delle due dita che si sfiorano, stampata lassù, sul soffitto e negli occhi, perfino lei ora ha qualcosa di inquietante, sembra già un castigo anche quello, un castigo preventivo, e c’è un Dio vagamente minaccioso, difficile da vedere come buono e padre, un Dio che comunque non deve sentirsi molto felice.

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Luca Di Ciaccio • 15 ottobre 2011


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